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giovedì 14 aprile 2005

Casa

E’ una notte di pioggia. Le strade sono lucide e mandano riflessi sotto alle luci arancioni. Provo a immaginare che tu sia là fuori, da qualche parte. Magari stai guardando anche tu il buio da qualche posto caldo, come faccio io. Magari sei per la strada, e i tuoi capelli sono bagnati e colano acqua sui vestiti. Sono sicuro che hanno lo stesso buon profumo. Sono sicuro che tu hai lo stesso buon profumo che mi faceva diventare pazzo e mi faceva sentire così sporco, al tuo confronto. La nostra storia non è mai iniziata, ma adesso non importa più.


Posso fingere che ci siamo amati, no? Posso immaginare che in una sera come questa, in un mondo come questo, avresti appoggiato la testa sulla mia spalla e io avrei sentito l’odore dei tuoi capelli bagnati, la pressione del tuo corpo sul mio, il calore della tua pelle. Avresti acceso una sigaretta, avresti riso a una mia stupida battuta, avremmo guardato la gente che correva per ripararsi dalla pioggia, avremmo fatto tutte quelle cazzate da innamorati. Sarebbe stata una notte fredda come questa, ma senza l’ombra della morte, senza l’urgenza dell’abbandono.


Siamo personaggi di un film, io indosso una tuta da astronauta e pianto una bandiera nera e rossa su un cratere lunare, tu cammini a piedi scalzi in Central Park. Ti saluto con la mano da lassù, ma tu non mi vedi, raccogli uova colorate tra i cespugli del parco e le tiri in testa a omini buffi e imparruccati. Gli omini esplodono con un –POF–, e io salto giù dalla luna e atterro accanto a te, la tuta intralcia i miei movimenti e tu scappi, ridi di me e degli omini, che protestano indignati. Mi urli:


“Ti aspetto al solito posto,” e scappi, e scappi, e scappi.


Ma io non so dov’è il solito posto, e le ombre del parco si allungano, gli omini sono incazzati e iniziano a inseguirmi, vorrei dire loro che io non c’entro, che sei stata tu a tiragli le uova, ma il casco dello scafandro mi impedisce di farmi sentire, da loro e da te. Corro e ti cerco, in cerchio, all’infinito.


Appoggia la testa sulla mia spalla, sono lacrime o è pioggia sulla guancia? Ma cosa importa, se la tua pelle è bianca come una pallina di marmo, i tuoi capelli sono così morbidi e profumano di biscotto, i tuoi occhi così profondi? L’automobile non fa quasi rumore, solo il fruscio delle gomme sull’acqua. La musica che viene dalla radio è dolce e ti culla, ora puoi dormire.


“Non preoccuparti,” ti dico, “adesso va tutto bene. Stiamo tornando a casa.”


“Sì,” sussurri tu mentre ti abbandoni al sonno, “a casa, finalmente…”

Casa

E’ una notte di pioggia. Le strade sono lucide e mandano riflessi sotto alle luci arancioni. Provo a immaginare che tu sia là fuori, da qualche parte. Magari stai guardando anche tu il buio da qualche posto caldo, come faccio io. Magari sei per la strada, e i tuoi capelli sono bagnati e colano acqua sui vestiti. Sono sicuro che hanno lo stesso buon profumo. Sono sicuro che tu hai lo stesso buon profumo che mi faceva diventare pazzo e mi faceva sentire così sporco, al tuo confronto. La nostra storia non è mai iniziata, ma adesso non importa più.


Posso fingere che ci siamo amati, no? Posso immaginare che in una sera come questa, in un mondo come questo, avresti appoggiato la testa sulla mia spalla e io avrei sentito l’odore dei tuoi capelli bagnati, la pressione del tuo corpo sul mio, il calore della tua pelle. Avresti acceso una sigaretta, avresti riso a una mia stupida battuta, avremmo guardato la gente che correva per ripararsi dalla pioggia, avremmo fatto tutte quelle cazzate da innamorati. Sarebbe stata una notte fredda come questa, ma senza l’ombra della morte, senza l’urgenza dell’abbandono.


Siamo personaggi di un film, io indosso una tuta da astronauta e pianto una bandiera nera e rossa su un cratere lunare, tu cammini a piedi scalzi in Central Park. Ti saluto con la mano da lassù, ma tu non mi vedi, raccogli uova colorate tra i cespugli del parco e le tiri in testa a omini buffi e imparruccati. Gli omini esplodono con un –POF–, e io salto giù dalla luna e atterro accanto a te, la tuta intralcia i miei movimenti e tu scappi, ridi di me e degli omini, che protestano indignati. Mi urli:


“Ti aspetto al solito posto,” e scappi, e scappi, e scappi.


Ma io non so dov’è il solito posto, e le ombre del parco si allungano, gli omini sono incazzati e iniziano a inseguirmi, vorrei dire loro che io non c’entro, che sei stata tu a tiragli le uova, ma il casco dello scafandro mi impedisce di farmi sentire, da loro e da te. Corro e ti cerco, in cerchio, all’infinito.


Appoggia la testa sulla mia spalla, sono lacrime o è pioggia sulla guancia? Ma cosa importa, se la tua pelle è bianca come una pallina di marmo, i tuoi capelli sono così morbidi e profumano di biscotto, i tuoi occhi così profondi? L’automobile non fa quasi rumore, solo il fruscio delle gomme sull’acqua. La musica che viene dalla radio è dolce e ti culla, ora puoi dormire.


“Non preoccuparti,” ti dico, “adesso va tutto bene. Stiamo tornando a casa.”


“Sì,” sussurri tu mentre ti abbandoni al sonno, “a casa, finalmente…”