Guardo le fotografie. Qualcuna è a colori, qualcun’altra in bianco e nero. Ci sono immagini di persone che non conosco neppure, e altre di persone che ho conosciuto tanto tempo fa.
Guardo le fotografie. Qualcuna è recente, qualcuna è ingiallita dal tempo. C’è mia madre a otto anni, con una gonnellina bianca pieghettata e le trecce, c’è il mio gatto che è morto schiacciato da una macchina, che mi guarda con un’espressione seria e ispirata, come un divo del cinema.
Guardo le fotografie. Qualcuna mi fa ridere, qualcun’altra mi fa piangere. Ci sono persone e cose morte, ci sono profumi e suoni.
Guardo le fotografie. Di me al mare a dieci anni. Di una ragazza che ride. Di un’altra che piange. Di una volta che dovevo finire il rullino e non sapevo cosa fotografare. Di un palazzo. Di un prato. Di un manifesto rosso con un punto interrogativo bianco. Di Anna. Di una rete di recinzione che sembra tenere imprigionate le nuvole. Di un cane. Di un ragazzo e due ragazze appoggiati con le spalle a un muro, che sorridono. Di un aereo che lascia una scia bianca in un cielo blu. Di un sacchettino pieno di pastiglie colorate. Di un primo piano di un paio di anfibi. Di un volto sfocato. Di una finestra coi vetri rotti. Di una tipa che mi piaceva. Di una scrivania piena di libri, dischi, fotografie, biglie di vetro. Di una mano. Di un parcheggio pieno d’auto sovrastato da nubi nere. Di una bambina. Di niente.