giovedì 31 marzo 2005

Inverno


Guardo le fotografie. Qualcuna è a colori, qualcun’altra in bianco e nero. Ci sono immagini di persone che non conosco neppure, e altre di persone che ho conosciuto tanto tempo fa.


Guardo le fotografie. Qualcuna è recente, qualcuna è ingiallita dal tempo. C’è mia madre a otto anni, con una gonnellina bianca pieghettata e le trecce, c’è il mio gatto che è morto schiacciato da una macchina, che mi guarda con un’espressione seria e ispirata, come un divo del cinema.


Guardo le fotografie. Qualcuna mi fa ridere, qualcun’altra mi fa piangere. Ci sono persone e cose morte, ci sono profumi e suoni.


Guardo le fotografie. Di me al mare a dieci anni. Di una ragazza che ride. Di un’altra che piange. Di una volta che dovevo finire il rullino e non sapevo cosa fotografare. Di un palazzo. Di un prato. Di un manifesto rosso con un punto interrogativo bianco. Di Anna. Di una rete di recinzione che sembra tenere imprigionate le nuvole. Di un cane. Di un ragazzo e due ragazze appoggiati con le spalle a un muro, che sorridono. Di un aereo che lascia una scia bianca in un cielo blu. Di un sacchettino pieno di pastiglie colorate. Di un primo piano di un paio di anfibi. Di un volto sfocato. Di una finestra coi vetri rotti. Di una tipa che mi piaceva. Di una scrivania piena di libri, dischi, fotografie, biglie di vetro. Di una mano. Di un parcheggio pieno d’auto sovrastato da nubi nere. Di una bambina. Di niente.

mercoledì 30 marzo 2005

Dream academy

Il titolo originale di questo libro (tradotto in Italia con il titolo evocativo, per chi ha vissuto certo rock degli anni '80 che adesso si chiamerebbe forse indie, de "L'accademia dei sogni") suona in realtà "Pattern recognition", molto più asciutto e appropriato. Dovendo molto a William Gibson, autore che ha letteralmente forgiato la mia visione del presente e il mio rapporto con la tecnologia, mi pare doveroso e al tempo stesso molto difficile parlare di questo libro...


Cayce Pollard è l'esatto contrario di una trend setter. Dotata di un'allergia psicosomatica nei confronti di marchi, brand e logo, Cayce è richiestissima dalle agenzie pubblicitarie dell'emisfero occidentale come cartina di tornasole in grado di rivelare immediatamente le firme più promettenti o al contrario quelle sicuramente destinate al fallimento.


Partendo da questo pretesto, nella prima parte del libro Gibson ci presenta un'accurata, seppur molto romanzata, ricorstruzione dell'attuale mondo del marketing e delle agenzie creative ad altissimi livelli. Lo stile di Gibson, riconoscibilissimo ed efficace, è da qualche anno diventato più adatto all'analisi sociologica che alla fiction, e infatti nella seconda parte del romanzo vengono fuori tutte le debolezze delle opere gibsoniane dai tempi della trilogia del cyberspazio: personaggi poco approfonditi e puramente utilitari al compimento della trama, storie troppo convenzionali, a volte addirittura banali, sebbene calate in un'atmosfera esotica e futuristicamente plausibile. Il libro sconta poi il fatto di essere stato scritto immediatamente dopo l'11/9/01, e quindi si abbandona a sparate patriottiche inusuali per Gibson, solitamente piuttosto critico nei confronti di certi fenomeni di massa a stelle e striscie.


A differenza di Brett Easton Ellis, che scatta polaroid di una passato prossimo, Gibson descrive l'America del presente in divenire, ed è molto efficace quando si limita a questo. Purtroppo, sempre a differenza di Ellis, Gibson rivela tutte le sue carenze quando si inoltra nella narrazione pura, rivelandosi spesso un semplice emulo di Chandler con sessant'anni di ritardo. Una grande delusione, se si pensa che Gibson ha scritto uno dei più bei racconti brevi della storia della SF (e forse non solo di quella), quel "Frammenti di una rosa olografata" contenuto all'interno della raccolta "La notte che bruciammo Chrome".

venerdì 25 marzo 2005

Postcards for the dead


Il 22 marzo, alla veneranda età di 91 anni, ci ha lasciati Kenzo Tange, l'architetto giapponese che ha progettato, tra gli altri, il Monumento della Pace di Hiroshima.


La sua importanza è stata non solo quella di far conoscere il lavoro e lo stile dell'architettura giapponese in tutto il mondo, ma anche l'aver raccolto l'eredità dei maestri dell'accademia Bauhaus, quali Walter Gropius, Jose Luis Sert e ovviamente Le Corbusier.


All'inizio della sua carriera, Tange cercò di coniugare l'architettura classica giapponese con le forme più moderne della Bauhaus, anche se in seguito abbandonò le istanze tradizionaliste e regionaliste in favore di forme sempre più internazionali e astratte.


Negli anni '60, divenuto sempre meno architetto e sempre più urbanista, teorizzò la costruzione di città onnicomprensive piene di megastrutture che combinate avrebbero dovuto fungere sia come centri multiservizi sia come nodi di comunicazione. Per queste idee funzionaliste fu anche associato al movimento Metabolista, a cui in realtà non aderì mai.


Dagli anni '70 in poi la sua fama lo portò a lavorare anche all'estero, dove realizzò, tra le altre opere, il progetto di ristrutturazione e riorganizzazione della Place d'Italie a Parigi.


Per ulteriori informazioni sull'accademia Bauhaus, leggere qui.

Marchette




Sono fregato... Avevo promesso un post apologetico a Desaparecida se avesse cancellato un certo commento compromettente che avevo lasciato sul suo blog, ma ora minaccia addirittura di fare lei un post sul mio imbarazzante commento... Quindi scusatemi, ma devo parlare benissimo del suo blog.


Imperfectly.splinder.com è un sito molto bello. Le opinioni di Desaparecida mi vedono concorde in tutto e per tutto. Il sottotitolo del suo blog è "non so usare html, questo è un blog di merda, per chi non lo avesse capito" ma si arguisce subito che queste parole sono dettate da un'ammirabile modestia, unita a un'arguzia fuori dal comune.


il piacere che provo leggendo i suoi post è eguagliato soltanto da quello dei divertentissimi commenti lasciati dai simpatici ospiti di Desaparecida. Ma vediamo come ella stessa si descrive in una pagina del suo diario telematico:


01- Nome: OMISSIS 02- Nickname: OMISSIS google di merda 03- Se potessi cambiare nome quale sceglieresti? alice 04- Che significato ha il tuo nome? bho 05- Età:22 06- Data di nascita: 15/05 07- Residenza: PT 08- Descriviti fisicamente: alta 1,70 mora, copelli corti, lisci, scuri, occhi neri, corporarura normale. 09- Descriviti caratterialmente: Volubile, inconcludente, disfattista, disordinata, riservata, insicura, paranoica e instabile, inaffidabile, buona, empatica, riflessiva, ironica, sensibile, vulnerabile, infantile, viziosa, egocentrica. 10- Come sei vestito/ ora? Felpa rossa, jeans (potete leggere il seguito qui)


Cosa dire? Il ritratto di una ragazza di questi tempi, moderna e spigliata, pratica ma sognatrice, forte ma con i suoi lati fragili, una giovane donna che non conosciamo ma che tutti vorremmo come amica.


P.S. Ora posso riavere indietro quei negativi? E poi giuro che non ero io nelle foto, e quella non era la moglie del sindaco.

giovedì 24 marzo 2005

Intervallo

Nel post precedente c'erano troppo commenti, e inoltre non si riusciva più a sentire la musichetta. In attesa che Desaparecida ottemperi alle mie richieste affinché io possa scrivere un post apologetico sul suo blog, inserisco alcune parole a caso, riscontrando la loro intrinseca capacità di suscitare accesi dibattiti.


ragazza pon pon  zelig  pompe

Primavera

La ragazza scese dal sessantatre e si guardò intorno. Doveva essere alta sul metro e settanta, centimetro più, centimetro meno. Indossava un paio di jeans elasticizzati neri, una camicetta leggera dello stesso colore e un paio di scarpette coi tacchi, nere a pois bianchi. Aveva capelli lunghi e biondi, probabilmente naturali, non tinti. Sia i fianchi che i seni erano piuttosto, uh, ben delineati, se capite quello che intendo dire... Dalla mia posizione, non potevo vedere chiaramente se il viso fosse altrettanto bello che il corpo, ma i suoi lineamenti mi sembrarono abbastanza banali, nulla di speciale.


Restò a lungo in piedi sulla banchina, come se stesse aspettando qualcuno. Ogni tanto guardava l’orologio. Erano le nove e mezzo del mattino di una limpida giornata primaverile, e da quelle parti non c’era molto traffico. Lì, in collina, il caldo era arrivato prima che in città, mi sembrava quasi di essere in gita. Pensavo a come sarebbe stato bello alzarsi, attraversare la strada, e chiedere qualcosa, qualsiasi cosa, a quella ragazza. Verso le dieci, arrivò una macchina, la ragazza salì, e ben presto la persi dietro a una curva.


Rimasi per il resto della giornata su quella panchina, a guardare i sessantatre, i sessantasette e i tre passare, con la gente che saliva e scendeva, alzandomi solo un paio di volte per andare in un bar a prendere qualcosa da mangiare e usare il cesso. Quando arrivò la sera, il freddo si fece più intenso e alla fine decisi di andarmene. Mentre mi alzavo, pensai che la cosa più bella che mi era capitata in tutta la giornata era stata quella ragazza con i capelli biondi, vestita di nero.


Ovviamente, non la rividi mai più.

mercoledì 23 marzo 2005

Amo i miei lettori

Su richiesta del bellissimo (foto a sinistra) Animadigomma cambio il post perché i commenti a quello precedente erano diventati troppi e lui non riusciva più a leggerli.


 


Cambiato.


 

lunedì 21 marzo 2005

Hanno fatto un deserto e lo chiamano cultura

Complimenti ai burocrati europei, che rischiano di fare un danno peggiore dei roghi di libri nazisti. In questo blog mi piacerebbe parlare solo di cose simpatiche e piacevoli: Britney Spears, le facce dei blogger, le mie stupide storielline, lo splendido futuro che ci attende.


Mi tocca invece parlare di qualcosa che mi dà la nausea e mi riempie di tristezza: la morte delle biblioteche. Eh già, perché io, da classico topo, devo il 90% della mia pur scarsa cultura a queste benefiche istituzioni, che, uniche in un universo in cui non si fa nulla per nulla, si dedicavano a dispensare cultura completamente aggratis.


E' stato così per secoli. Ma la modernità è un tale coacervo di stupidità e cervelli andati a male, che persino un'istituzione così venerabile e, soprattutto, utile non è più intangibile.


Perché, hanno pensato gli schifosi burocrati accuratamente prezzolati da chissà chi, quella massa di ignoranti deve avere a disposizione una fonte così diretta di apprendimento e svago? Perché qualche miliardario (tipo Berlusconi) che possiede il 90% delle case editrici del suo paese non deve trarre profitto anche da quelle poche copie dei suoi libri (regolarmente acquistate tra l'altro) in dotazione alle biblioteche? E allora mettiamoci una bella tassa, giusto per scoraggiare il ragazzino, che al posto di prendersi in prestito "La fata carabina" o "Il lupo della steppa", di cui ha sentito parlare da qualche amica su cui vuole fare colpo, preferirà bersi una bella Cocacola, così si fa il bene di qualche altra multinazionale.


Non la tiro tanto in lungo, questo non vuole esser un post di denuncia o di protesta, tanto meno di informazione. Se volete sapere come pensano di distruggere le biblioteche ci sono un sacco di siti dove potrete scoprirlo. L'unico motivo per cui ho scritto questo post è dire ai coglioni che hanno approvato una legge simile quello che penso di loro:


FIGLI DI UNA GRANDISSIMA PUTTANA, SIETE DEGLI ENORMI PEZZI DI MERDA E DOVETE CREPARE!!!

Hanno fatto un deserto e lo chiamano cultura

Complimenti ai burocrati europei, che rischiano di fare un danno peggiore dei roghi di libri nazisti. In questo blog mi piacerebbe parlare solo di cose simpatiche e piacevoli: Britney Spears, le facce dei blogger, le mie stupide storielline, lo splendido futuro che ci attende.


Mi tocca invece parlare di qualcosa che mi dà la nausea e mi riempie di tristezza: la morte delle biblioteche. Eh già, perché io, da classico topo, devo il 90% della mia pur scarsa cultura a queste benefiche istituzioni, che, uniche in un universo in cui non si fa nulla per nulla, si dedicavano a dispensare cultura completamente aggratis.


E' stato così per secoli. Ma la modernità è un tale coacervo di stupidità e cervelli andati a male, che persino un'istituzione così venerabile e, soprattutto, utile non è più intangibile.


Perché, hanno pensato gli schifosi burocrati accuratamente prezzolati da chissà chi, quella massa di ignoranti deve avere a disposizione una fonte così diretta di apprendimento e svago? Perché qualche miliardario (tipo Berlusconi) che possiede il 90% delle case editrici del suo paese non deve trarre profitto anche da quelle poche copie dei suoi libri (regolarmente acquistate tra l'altro) in dotazione alle biblioteche? E allora mettiamoci una bella tassa, giusto per scoraggiare il ragazzino, che al posto di prendersi in prestito "La fata carabina" o "Il lupo della steppa", di cui ha sentito parlare da qualche amica su cui vuole fare colpo, preferirà bersi una bella Cocacola, così si fa il bene di qualche altra multinazionale.


Non la tiro tanto in lungo, questo non vuole esser un post di denuncia o di protesta, tanto meno di informazione. Se volete sapere come pensano di distruggere le biblioteche ci sono un sacco di siti dove potrete scoprirlo. L'unico motivo per cui ho scritto questo post è dire ai coglioni che hanno approvato una legge simile quello che penso di loro:


FIGLI DI UNA GRANDISSIMA PUTTANA, SIETE DEGLI ENORMI PEZZI DI MERDA E DOVETE CREPARE!!!

domenica 20 marzo 2005

Non sono sfigato, sono un artista!


Non ci avevo mai pensato, ma d'ora in poi quando mi accuseranno di essere gay o sfigato, anch'io risponderò così :-)


Il sito è: www.dieselsweeties.com, scoperto grazie a www.radiazionedifondo.com.

Non sono sfigato, sono un artista!


Non ci avevo mai pensato, ma d'ora in poi quando mi accuseranno di essere gay o sfigato, anch'io risponderò così :-)


Il sito è: www.dieselsweeties.com, scoperto grazie a www.radiazionedifondo.com.

Non sono sfigato, sono un artista!


Non ci avevo mai pensato, ma d'ora in poi quando mi accuseranno di essere gay o sfigato, anch'io risponderò così :-)


Il sito è: www.dieselsweeties.com, scoperto grazie a www.radiazionedifondo.com.

sabato 19 marzo 2005

The splinder horror picture show



Colto dalla follia del metablogger, ho passato alcuni compulsivi minuti da Desaparecida a fare reload per vedermi tutte le facciotte dei blogger su FaceRoll(tm). Una domanda sorge spontanea: ma perché le blogger donne sono quasi tutte delle gran belle fi...gliole, mentre i blogger maschi o hanno imbarazzanti facce da pirla o sono cessi inguardabili?


P.S. Prima che ve la prendiate con me, ci tengo a precisare che io appartengo a tutt'e due le categorie (cioé, quella dei cessi inguardabili e quella delle facce da pirla) ma proprio per questo non oserei mai far vedere il mio brutto muso su FaceRoll(tm). Quale forma di indecente narcisismo può invece aver spinto i signori in questione a farlo?

The splinder horror picture show



Colto dalla follia del metablogger, ho passato alcuni compulsivi minuti da Desaparecida a fare reload per vedermi tutte le facciotte dei blogger su FaceRoll(tm). Una domanda sorge spontanea: ma perché le blogger donne sono quasi tutte delle gran belle fi...gliole, mentre i blogger maschi o hanno imbarazzanti facce da pirla o sono cessi inguardabili?


P.S. Prima che ve la prendiate con me, ci tengo a precisare che io appartengo a tutt'e due le categorie (cioé, quella dei cessi inguardabili e quella delle facce da pirla) ma proprio per questo non oserei mai far vedere il mio brutto muso su FaceRoll(tm). Quale forma di indecente narcisismo può invece aver spinto i signori in questione a farlo?

The splinder horror picture show



Colto dalla follia del metablogger, ho passato alcuni compulsivi minuti da Desaparecida a fare reload per vedermi tutte le facciotte dei blogger su FaceRoll(tm). Una domanda sorge spontanea: ma perché le blogger donne sono quasi tutte delle gran belle fi...gliole, mentre i blogger maschi o hanno imbarazzanti facce da pirla o sono cessi inguardabili?


P.S. Prima che ve la prendiate con me, ci tengo a precisare che io appartengo a tutt'e due le categorie (cioé, quella dei cessi inguardabili e quella delle facce da pirla) ma proprio per questo non oserei mai far vedere il mio brutto muso su FaceRoll(tm). Quale forma di indecente narcisismo può invece aver spinto i signori in questione a farlo?

venerdì 18 marzo 2005

Atrocity exibition

Chiunque pensi che la blogosfera sia un posto "carino", dove tutti si vogliono bene e si fanno i complimenti, può farsi un giretto da queste parti. L'età dell'innocenza di ogni blogger può essere più o meno lunga, ma prima o poi tutti si imbatteranno in quello strano corpo celeste chiamato "blogstar". Se paragoniamo la blogosfera all'universo, e ogni blog a una piccola stella che splende nell'immenso spazio intergalattico, le "blogstar" possono essere, alternativamente, fulgide supernovae, o scurissimi buchi neri. Il risultato sarà lo stesso: la distorsione della realtà e la sua distruzione finale.


I simpatici astronomi di Blogdiscount hanno dunque deciso di dedicare la loro vita allo studio di queste anomalie, per mettere in guardia gli ignari viaggiatori stellari dai terribili incontri che possono fare nell'universo. Un tempo conosciuti come Maladoror e Adiastematica, i due intrepidi, coadiuvati da un team di cui nulla ci è dato sapere, hanno deciso di sacrificare le loro precedenti identità e quindi studiare e catalogare gli strani pozzi gravitazionali che risucchiano accessi e se ne nutrono come fossero linfa vitale per una pianta.


Avete mai sentito parlare di blog con più di mille visitatori al giorno? No? Il vostro blog ha sempre gli stessi dieci amici che vengono a leggerlo e state bene così? Blogdiscount vi catapulterà in un universo spietato in cui tutto ciò che vi sembra normale e spontaneo è invece studiato ad arte per attirare ignari viaggiatori. Chiavi di ricerca, aggregatori, grafica, commenti, post, banner e chi più ne ha più ne metta, tutto sarà pensato non per veicolare un messaggio, ma semplicemente per "diventare famosi".


Vi siete resi conto che ormai la maggioranza delle persone, se intervistate sui loro desideri, non risponde: "voglio fare il giro del mondo in barca a vela", "voglio scoprire la cura per il cancro", "voglio scrivere una bella canzone", ma semplicemente "voglio diventare famoso", non importa come e perché? Per quale motivo questo strano e ovattato mondo virtuale dovrebbe sfuggire a questa regola? Scordatevi dunque le visite fatte agli amici giusto per il piacere di leggere quello che hanno scritto. Dimenticate il senso di appartenenza a una ristretta cerchia che vi culla in un falso senso di sicurezza. Infilate il coltello tra i denti e gettatevi a capofitto nel violento e caotico mondo di Blogdiscount.


Chissà, un giorno anche voi potreste diventare BLOGSTARS.

Atrocity exibition

Chiunque pensi che la blogosfera sia un posto "carino", dove tutti si vogliono bene e si fanno i complimenti, può farsi un giretto da queste parti. L'età dell'innocenza di ogni blogger può essere più o meno lunga, ma prima o poi tutti si imbatteranno in quello strano corpo celeste chiamato "blogstar". Se paragoniamo la blogosfera all'universo, e ogni blog a una piccola stella che splende nell'immenso spazio intergalattico, le "blogstar" possono essere, alternativamente, fulgide supernovae, o scurissimi buchi neri. Il risultato sarà lo stesso: la distorsione della realtà e la sua distruzione finale.


I simpatici astronomi di Blogdiscount hanno dunque deciso di dedicare la loro vita allo studio di queste anomalie, per mettere in guardia gli ignari viaggiatori stellari dai terribili incontri che possono fare nell'universo. Un tempo conosciuti come Maladoror e Adiastematica, i due intrepidi, coadiuvati da un team di cui nulla ci è dato sapere, hanno deciso di sacrificare le loro precedenti identità e quindi studiare e catalogare gli strani pozzi gravitazionali che risucchiano accessi e se ne nutrono come fossero linfa vitale per una pianta.


Avete mai sentito parlare di blog con più di mille visitatori al giorno? No? Il vostro blog ha sempre gli stessi dieci amici che vengono a leggerlo e state bene così? Blogdiscount vi catapulterà in un universo spietato in cui tutto ciò che vi sembra normale e spontaneo è invece studiato ad arte per attirare ignari viaggiatori. Chiavi di ricerca, aggregatori, grafica, commenti, post, banner e chi più ne ha più ne metta, tutto sarà pensato non per veicolare un messaggio, ma semplicemente per "diventare famosi".


Vi siete resi conto che ormai la maggioranza delle persone, se intervistate sui loro desideri, non risponde: "voglio fare il giro del mondo in barca a vela", "voglio scoprire la cura per il cancro", "voglio scrivere una bella canzone", ma semplicemente "voglio diventare famoso", non importa come e perché? Per quale motivo questo strano e ovattato mondo virtuale dovrebbe sfuggire a questa regola? Scordatevi dunque le visite fatte agli amici giusto per il piacere di leggere quello che hanno scritto. Dimenticate il senso di appartenenza a una ristretta cerchia che vi culla in un falso senso di sicurezza. Infilate il coltello tra i denti e gettatevi a capofitto nel violento e caotico mondo di Blogdiscount.


Chissà, un giorno anche voi potreste diventare BLOGSTARS.

Atrocity exibition

Chiunque pensi che la blogosfera sia un posto "carino", dove tutti si vogliono bene e si fanno i complimenti, può farsi un giretto da queste parti. L'età dell'innocenza di ogni blogger può essere più o meno lunga, ma prima o poi tutti si imbatteranno in quello strano corpo celeste chiamato "blogstar". Se paragoniamo la blogosfera all'universo, e ogni blog a una piccola stella che splende nell'immenso spazio intergalattico, le "blogstar" possono essere, alternativamente, fulgide supernovae, o scurissimi buchi neri. Il risultato sarà lo stesso: la distorsione della realtà e la sua distruzione finale.


I simpatici astronomi di Blogdiscount hanno dunque deciso di dedicare la loro vita allo studio di queste anomalie, per mettere in guardia gli ignari viaggiatori stellari dai terribili incontri che possono fare nell'universo. Un tempo conosciuti come Maladoror e Adiastematica, i due intrepidi, coadiuvati da un team di cui nulla ci è dato sapere, hanno deciso di sacrificare le loro precedenti identità e quindi studiare e catalogare gli strani pozzi gravitazionali che risucchiano accessi e se ne nutrono come fossero linfa vitale per una pianta.


Avete mai sentito parlare di blog con più di mille visitatori al giorno? No? Il vostro blog ha sempre gli stessi dieci amici che vengono a leggerlo e state bene così? Blogdiscount vi catapulterà in un universo spietato in cui tutto ciò che vi sembra normale e spontaneo è invece studiato ad arte per attirare ignari viaggiatori. Chiavi di ricerca, aggregatori, grafica, commenti, post, banner e chi più ne ha più ne metta, tutto sarà pensato non per veicolare un messaggio, ma semplicemente per "diventare famosi".


Vi siete resi conto che ormai la maggioranza delle persone, se intervistate sui loro desideri, non risponde: "voglio fare il giro del mondo in barca a vela", "voglio scoprire la cura per il cancro", "voglio scrivere una bella canzone", ma semplicemente "voglio diventare famoso", non importa come e perché? Per quale motivo questo strano e ovattato mondo virtuale dovrebbe sfuggire a questa regola? Scordatevi dunque le visite fatte agli amici giusto per il piacere di leggere quello che hanno scritto. Dimenticate il senso di appartenenza a una ristretta cerchia che vi culla in un falso senso di sicurezza. Infilate il coltello tra i denti e gettatevi a capofitto nel violento e caotico mondo di Blogdiscount.


Chissà, un giorno anche voi potreste diventare BLOGSTARS.

L'insostenibile leggerezza di una cretina

E' entrato in heavy rotation su Mtv il nuovo disco di Britney. Alleluja.


Nel video precedente si tagliava le vene e finiva all'obitorio, in questo va a fare shopping con le amiche fighette.


Che invidiabile coerenza (va da sé che io preferivo quello in cui passava a miglior vita, per lei e per noi).


Immagino che sia un messaggio sano per le teen-agers dei giorni nostri: consuma o crepa, o tutte e due le cose, meglio ancora.


Brava Brit, se dovessi immaginare l'inferno, sarebbe come in uno dei tuoi video.


 

L'insostenibile leggerezza di una cretina

E' entrato in heavy rotation su Mtv il nuovo disco di Britney. Alleluja.


Nel video precedente si tagliava le vene e finiva all'obitorio, in questo va a fare shopping con le amiche fighette.


Che invidiabile coerenza (va da sé che io preferivo quello in cui passava a miglior vita, per lei e per noi).


Immagino che sia un messaggio sano per le teen-agers dei giorni nostri: consuma o crepa, o tutte e due le cose, meglio ancora.


Brava Brit, se dovessi immaginare l'inferno, sarebbe come in uno dei tuoi video.


 

L'insostenibile leggerezza di una cretina

E' entrato in heavy rotation su Mtv il nuovo disco di Britney. Alleluja.


Nel video precedente si tagliava le vene e finiva all'obitorio, in questo va a fare shopping con le amiche fighette.


Che invidiabile coerenza (va da sé che io preferivo quello in cui passava a miglior vita, per lei e per noi).


Immagino che sia un messaggio sano per le teen-agers dei giorni nostri: consuma o crepa, o tutte e due le cose, meglio ancora.


Brava Brit, se dovessi immaginare l'inferno, sarebbe come in uno dei tuoi video.


 

mercoledì 16 marzo 2005

Una scimmia in paradiso

La primavera è arrivata in anticipo. Arriva in anticipo quasi tutti gli anni. Non posso dire che mi dispiaccia, è l'unico momento dell'anno che mi piace, ormai.


Me ne sto sul balcone del mio cubicolo a prendere il fresco e guardo il glorioso tramonto. Sopra il Muro, il cielo sta diventando lentamente nero, sotto c'è ancora una striscia arancione che ricorda una strada polverosa.


Oggi al lavoro la nuova ragazza mi guardava con un'aria strana. Non era scherno o disprezzo. Piuttosto, il rispetto dei giovani per gli anziani, quel rispetto che sembra dire: "o.k., hai fatto il tuo tempo, adesso lascia che mi diverta un po' anch'io".


Non avrà più di ventidue, ventitre anni. L'altro giorno parlavo con una sua coetanea, e non sapeva neppure chi è David Bowie. Quando me lo ha detto, ho smesso di sparare cazzate, ho guardato nei suoi occhi verdi e ci ho visto la verità. Ho capito che ormai esiste un'intera generazione di persone adulte che non sanno un cazzo del mondo in cui sono nato e cresciuto. Posso parlare con loro, lavorare con loro, andare a letto con loro, ma tra di noi ci sarà sempre una barriera più alta di quel fottuto muro bianco là fuori.


E dire che Bowie ci ha passato un sacco di tempo in questa città, lui, Lou Reed, Nico e i Velvet, i Beatles iniziarono persino a suonare in questa dannata nazione. A quei tempi il Muro era solo un agglomerato di mattoni sporchi in mezzo alla terra di nessuno, ma ci deve pur essere qualcuno che ricorda ancora.


Sono troppo vecchio, è vero. E se la nuova ragazza vuole il lavoro, può anche prenderselo. Magari prima la porto a letto, però.

Una scimmia in paradiso

La primavera è arrivata in anticipo. Arriva in anticipo quasi tutti gli anni. Non posso dire che mi dispiaccia, è l'unico momento dell'anno che mi piace, ormai.


Me ne sto sul balcone del mio cubicolo a prendere il fresco e guardo il glorioso tramonto. Sopra il Muro, il cielo sta diventando lentamente nero, sotto c'è ancora una striscia arancione che ricorda una strada polverosa.


Oggi al lavoro la nuova ragazza mi guardava con un'aria strana. Non era scherno o disprezzo. Piuttosto, il rispetto dei giovani per gli anziani, quel rispetto che sembra dire: "o.k., hai fatto il tuo tempo, adesso lascia che mi diverta un po' anch'io".


Non avrà più di ventidue, ventitre anni. L'altro giorno parlavo con una sua coetanea, e non sapeva neppure chi è David Bowie. Quando me lo ha detto, ho smesso di sparare cazzate, ho guardato nei suoi occhi verdi e ci ho visto la verità. Ho capito che ormai esiste un'intera generazione di persone adulte che non sanno un cazzo del mondo in cui sono nato e cresciuto. Posso parlare con loro, lavorare con loro, andare a letto con loro, ma tra di noi ci sarà sempre una barriera più alta di quel fottuto muro bianco là fuori.


E dire che Bowie ci ha passato un sacco di tempo in questa città, lui, Lou Reed, Nico e i Velvet, i Beatles iniziarono persino a suonare in questa dannata nazione. A quei tempi il Muro era solo un agglomerato di mattoni sporchi in mezzo alla terra di nessuno, ma ci deve pur essere qualcuno che ricorda ancora.


Sono troppo vecchio, è vero. E se la nuova ragazza vuole il lavoro, può anche prenderselo. Magari prima la porto a letto, però.

Una scimmia in paradiso

La primavera è arrivata in anticipo. Arriva in anticipo quasi tutti gli anni. Non posso dire che mi dispiaccia, è l'unico momento dell'anno che mi piace, ormai.


Me ne sto sul balcone del mio cubicolo a prendere il fresco e guardo il glorioso tramonto. Sopra il Muro, il cielo sta diventando lentamente nero, sotto c'è ancora una striscia arancione che ricorda una strada polverosa.


Oggi al lavoro la nuova ragazza mi guardava con un'aria strana. Non era scherno o disprezzo. Piuttosto, il rispetto dei giovani per gli anziani, quel rispetto che sembra dire: "o.k., hai fatto il tuo tempo, adesso lascia che mi diverta un po' anch'io".


Non avrà più di ventidue, ventitre anni. L'altro giorno parlavo con una sua coetanea, e non sapeva neppure chi è David Bowie. Quando me lo ha detto, ho smesso di sparare cazzate, ho guardato nei suoi occhi verdi e ci ho visto la verità. Ho capito che ormai esiste un'intera generazione di persone adulte che non sanno un cazzo del mondo in cui sono nato e cresciuto. Posso parlare con loro, lavorare con loro, andare a letto con loro, ma tra di noi ci sarà sempre una barriera più alta di quel fottuto muro bianco là fuori.


E dire che Bowie ci ha passato un sacco di tempo in questa città, lui, Lou Reed, Nico e i Velvet, i Beatles iniziarono persino a suonare in questa dannata nazione. A quei tempi il Muro era solo un agglomerato di mattoni sporchi in mezzo alla terra di nessuno, ma ci deve pur essere qualcuno che ricorda ancora.


Sono troppo vecchio, è vero. E se la nuova ragazza vuole il lavoro, può anche prenderselo. Magari prima la porto a letto, però.

martedì 15 marzo 2005

Video che dovreste vedere

Molto bello l'ultimo video dei Doves, band mancuniana dall'inconfondibile sound mancuniano. "Black and white town", questo il titolo della canzone che accompagna il clip, è una britpop song solida e convincente, ma quello che convince di più sono le immagini scarne e stilizzate di una periferia che potrebbe essere in ogni luogo, se non fosse per i volti tipicamente inglesi dei ragazzini protagonisti del filmato.


La violenza della città, della solitudine, di un luogo/nonluogo da cui non si può sfuggire è resa perfettamente negli ambienti lontani anni luce dalla stereotipata patinatura dei video di produzione nostrana (tutti incentrati su cantante figo/modella figa) o sugli ormai inarginabili e insopportabili video rap e r'n'b che pur partendo da situazioni di disagio simili arrivano a un punto insopportabile di pacchiana ostentazione di se stessi.


"Black and white town" è uno dei pochissimi video attualmente in programmazione su MTV a valere la pena di essere visti e magari registrati nella vostra cassettina dei "100 videoclip da proiettare alla vostra festa dei sogni". E tutti voi avete questa cassettina, vero?

Video che dovreste vedere

Molto bello l'ultimo video dei Doves, band mancuniana dall'inconfondibile sound mancuniano. "Black and white town", questo il titolo della canzone che accompagna il clip, è una britpop song solida e convincente, ma quello che convince di più sono le immagini scarne e stilizzate di una periferia che potrebbe essere in ogni luogo, se non fosse per i volti tipicamente inglesi dei ragazzini protagonisti del filmato.


La violenza della città, della solitudine, di un luogo/nonluogo da cui non si può sfuggire è resa perfettamente negli ambienti lontani anni luce dalla stereotipata patinatura dei video di produzione nostrana (tutti incentrati su cantante figo/modella figa) o sugli ormai inarginabili e insopportabili video rap e r'n'b che pur partendo da situazioni di disagio simili arrivano a un punto insopportabile di pacchiana ostentazione di se stessi.


"Black and white town" è uno dei pochissimi video attualmente in programmazione su MTV a valere la pena di essere visti e magari registrati nella vostra cassettina dei "100 videoclip da proiettare alla vostra festa dei sogni". E tutti voi avete questa cassettina, vero?

Video che dovreste vedere

Molto bello l'ultimo video dei Doves, band mancuniana dall'inconfondibile sound mancuniano. "Black and white town", questo il titolo della canzone che accompagna il clip, è una britpop song solida e convincente, ma quello che convince di più sono le immagini scarne e stilizzate di una periferia che potrebbe essere in ogni luogo, se non fosse per i volti tipicamente inglesi dei ragazzini protagonisti del filmato.


La violenza della città, della solitudine, di un luogo/nonluogo da cui non si può sfuggire è resa perfettamente negli ambienti lontani anni luce dalla stereotipata patinatura dei video di produzione nostrana (tutti incentrati su cantante figo/modella figa) o sugli ormai inarginabili e insopportabili video rap e r'n'b che pur partendo da situazioni di disagio simili arrivano a un punto insopportabile di pacchiana ostentazione di se stessi.


"Black and white town" è uno dei pochissimi video attualmente in programmazione su MTV a valere la pena di essere visti e magari registrati nella vostra cassettina dei "100 videoclip da proiettare alla vostra festa dei sogni". E tutti voi avete questa cassettina, vero?

lunedì 14 marzo 2005

Duecento miglia da casa

Con le mani intorno alla fiamma, per impedire al vento e al freddo di spegnerla. Poi, la punta della sigaretta brucia arancione, e aguzzo la vista nel buio per scorgere il panorama desolante. Una stazione di servizio. Chissadove. Il mio cappotto nero è pesante ma non tiene caldo. I capelli troppo corti, non tengono caldo. La birra che ho bevuto, non tiene caldo. Avvicino la punta della sigaretta alla mano. Tiene caldo. La avvicino ancora di più. Ho bisogno del caldo. Premo forte la sigaretta contro il palmo. Ho caldo. Ho male. La sigaretta si spegne.


Hawk ha i capelli più corti dei miei. Solo una striscia rosso fuoco in mezzo alla testa. Mi chiedo se si sente caldo, ad avvicinare la mano ai suoi capelli. Ma Hawk è molto incazzata, e il suo ragazzo pure, così non faccio menate. Hawk dice al suo ragazzo di prendermi a sberle, io non dico niente.


“Dagli un paio di sberle,” dice Hawk.


Non capisco perché il ragazzo di Hawk dovrebbe pigliarmi a sberle. Ma capisco che è molto più grande di me. Quasi tutti sono più grandi di me. Non dico alti (anche se in effetti non sono così alto), intendo più robusti. Il ragazzo di Hawk dice:


“Cazzo, guardalo, si è spento un’altra sigaretta sulla mano. Ora come fai a guidare, eh?”


“Sta di nuovo impasticcato,” dice Hawk.


Non sono impasticcato, vorrei risponderle. Vorrei risponderle:


Non sono impasticcato Hawk. Ho bevuto solo una birra, ma non mi ha fatto passare il freddo. Posso scaldarmi le mani tra i tuoi capelli color della fiamma, Hawk?


Vorrei chiederglielo. Guardo Hawk, guardo il suo ragazzo, ce l’hanno con me. Sono proprio incazzati.


“Cazzo, sei l’unico che può guidare, come facciamo ad arrivare in tempo, adesso?” dice il ragazzo di Hawk.


Siamo fuori dalla stazione di servizio, al freddo, con gli ultimi soldi ho comprato quella birra e il pacchetto di sigarette. La birra non mi ha scaldato, le sigarette fanno un po’ meglio. Soprattutto se me le avvicino molto alla pelle.


“Se ce la fai, possiamo partire ora,” dice Hawk, con un tono più dolce.


Guardo la macchina carica fino all’impossibile di strumenti, casse, amplificatori e sudici bagagli. Batto la sigaretta spenta sul dorso della mano. Chiudo le mani a coppa intorno all’accendino per preservare la fiamma. Tiro una boccata di fumo.


Perché stai con questo tipo?” vorrei chiedere a Hawk, “perché non mi lasci riscaldare nella tua fiamma?


Non dico niente, salgo in macchina. Le mani fanno male dove le ho bruciate con le sigarette quando le poggio sul volante. Ma ora fa un po’ più caldo.

Duecento miglia da casa

Con le mani intorno alla fiamma, per impedire al vento e al freddo di spegnerla. Poi, la punta della sigaretta brucia arancione, e aguzzo la vista nel buio per scorgere il panorama desolante. Una stazione di servizio. Chissadove. Il mio cappotto nero è pesante ma non tiene caldo. I capelli troppo corti, non tengono caldo. La birra che ho bevuto, non tiene caldo. Avvicino la punta della sigaretta alla mano. Tiene caldo. La avvicino ancora di più. Ho bisogno del caldo. Premo forte la sigaretta contro il palmo. Ho caldo. Ho male. La sigaretta si spegne.


Hawk ha i capelli più corti dei miei. Solo una striscia rosso fuoco in mezzo alla testa. Mi chiedo se si sente caldo, ad avvicinare la mano ai suoi capelli. Ma Hawk è molto incazzata, e il suo ragazzo pure, così non faccio menate. Hawk dice al suo ragazzo di prendermi a sberle, io non dico niente.


“Dagli un paio di sberle,” dice Hawk.


Non capisco perché il ragazzo di Hawk dovrebbe pigliarmi a sberle. Ma capisco che è molto più grande di me. Quasi tutti sono più grandi di me. Non dico alti (anche se in effetti non sono così alto), intendo più robusti. Il ragazzo di Hawk dice:


“Cazzo, guardalo, si è spento un’altra sigaretta sulla mano. Ora come fai a guidare, eh?”


“Sta di nuovo impasticcato,” dice Hawk.


Non sono impasticcato, vorrei risponderle. Vorrei risponderle:


Non sono impasticcato Hawk. Ho bevuto solo una birra, ma non mi ha fatto passare il freddo. Posso scaldarmi le mani tra i tuoi capelli color della fiamma, Hawk?


Vorrei chiederglielo. Guardo Hawk, guardo il suo ragazzo, ce l’hanno con me. Sono proprio incazzati.


“Cazzo, sei l’unico che può guidare, come facciamo ad arrivare in tempo, adesso?” dice il ragazzo di Hawk.


Siamo fuori dalla stazione di servizio, al freddo, con gli ultimi soldi ho comprato quella birra e il pacchetto di sigarette. La birra non mi ha scaldato, le sigarette fanno un po’ meglio. Soprattutto se me le avvicino molto alla pelle.


“Se ce la fai, possiamo partire ora,” dice Hawk, con un tono più dolce.


Guardo la macchina carica fino all’impossibile di strumenti, casse, amplificatori e sudici bagagli. Batto la sigaretta spenta sul dorso della mano. Chiudo le mani a coppa intorno all’accendino per preservare la fiamma. Tiro una boccata di fumo.


Perché stai con questo tipo?” vorrei chiedere a Hawk, “perché non mi lasci riscaldare nella tua fiamma?


Non dico niente, salgo in macchina. Le mani fanno male dove le ho bruciate con le sigarette quando le poggio sul volante. Ma ora fa un po’ più caldo.

Duecento miglia da casa

Con le mani intorno alla fiamma, per impedire al vento e al freddo di spegnerla. Poi, la punta della sigaretta brucia arancione, e aguzzo la vista nel buio per scorgere il panorama desolante. Una stazione di servizio. Chissadove. Il mio cappotto nero è pesante ma non tiene caldo. I capelli troppo corti, non tengono caldo. La birra che ho bevuto, non tiene caldo. Avvicino la punta della sigaretta alla mano. Tiene caldo. La avvicino ancora di più. Ho bisogno del caldo. Premo forte la sigaretta contro il palmo. Ho caldo. Ho male. La sigaretta si spegne.


Hawk ha i capelli più corti dei miei. Solo una striscia rosso fuoco in mezzo alla testa. Mi chiedo se si sente caldo, ad avvicinare la mano ai suoi capelli. Ma Hawk è molto incazzata, e il suo ragazzo pure, così non faccio menate. Hawk dice al suo ragazzo di prendermi a sberle, io non dico niente.


“Dagli un paio di sberle,” dice Hawk.


Non capisco perché il ragazzo di Hawk dovrebbe pigliarmi a sberle. Ma capisco che è molto più grande di me. Quasi tutti sono più grandi di me. Non dico alti (anche se in effetti non sono così alto), intendo più robusti. Il ragazzo di Hawk dice:


“Cazzo, guardalo, si è spento un’altra sigaretta sulla mano. Ora come fai a guidare, eh?”


“Sta di nuovo impasticcato,” dice Hawk.


Non sono impasticcato, vorrei risponderle. Vorrei risponderle:


Non sono impasticcato Hawk. Ho bevuto solo una birra, ma non mi ha fatto passare il freddo. Posso scaldarmi le mani tra i tuoi capelli color della fiamma, Hawk?


Vorrei chiederglielo. Guardo Hawk, guardo il suo ragazzo, ce l’hanno con me. Sono proprio incazzati.


“Cazzo, sei l’unico che può guidare, come facciamo ad arrivare in tempo, adesso?” dice il ragazzo di Hawk.


Siamo fuori dalla stazione di servizio, al freddo, con gli ultimi soldi ho comprato quella birra e il pacchetto di sigarette. La birra non mi ha scaldato, le sigarette fanno un po’ meglio. Soprattutto se me le avvicino molto alla pelle.


“Se ce la fai, possiamo partire ora,” dice Hawk, con un tono più dolce.


Guardo la macchina carica fino all’impossibile di strumenti, casse, amplificatori e sudici bagagli. Batto la sigaretta spenta sul dorso della mano. Chiudo le mani a coppa intorno all’accendino per preservare la fiamma. Tiro una boccata di fumo.


Perché stai con questo tipo?” vorrei chiedere a Hawk, “perché non mi lasci riscaldare nella tua fiamma?


Non dico niente, salgo in macchina. Le mani fanno male dove le ho bruciate con le sigarette quando le poggio sul volante. Ma ora fa un po’ più caldo.

sabato 12 marzo 2005

Cugina bionda


Ho questo bicchiere d’aranciata in mano, e probabilmente mi dà un’aria ancora più stupida. Una cugina bionda (penso che sia una cugina, ma non so chi me l’ha detto, o da dove traggo questa convinzione) si avvicina, e mi dice:


“Tu fai giurisprudenza, vero? Me lo ha detto tua madre.”


Guardo in direzione di mia madre, in piedi in mezzo ad altri parenti. Ricambia lo sguardo con aria severa, anche se non sto facendo nulla di male. C’è un sacco di gente, l’atmosfera è quella solita delle riunioni di famiglia in occasione di qualche evento particolare, in questo caso matrimonio (di un’altra cugina, non quella bionda che ora mi rivolge la parola). Rispondo qualcosa. Lei sorride.


“Anch’io vorrei iscrivermi…”


Inizia una conversazione in cui si capisce che la cugina bionda ha voglia di attaccare bottone e io no. O che forse sono solo troppo imbarazzato, e assente, per mettermi a fare pubbliche relazioni.


“Cosa bevi?” chiede a un certo punto.


Guardo il bicchiere di aranciata.


“Aranciata,” rispondo.


“A un matrimonio? Perché non prendi un bicchiere di spumante?”


Mi hanno costretto a mettere il vestito della festa, giro la testa da una parte, impacciato. Cerco una spiegazione plausibile.


Le dico:


“Non bevo.” Non più.


“Mi piacciono i riflessi dei tuoi capelli, sono viola?”


“Blu,” rispondo io, allarmato. Si vedono ancora? E’ per questo che fin dall’inizio ho la sensazione che tutti mi stiano fissando?


Non dico più nulla, restiamo lì imbarazzati. La cugina bionda borbotta qualcosa a proposito del buffet e si allontana.


Ho quest’impressione, che mentre me ne sto qui, in questo pomeriggio sprecato, qualcuno, da qualche altra parte, mi sta pensando. E’ una sensazione ridicola, e dentro di me, me ne vergogno. Potrei accontentarmi, in fondo qui non è poi così male.


Poso il bicchiere d’aranciata, vado fino al limitare del prato all’inglese, mi siedo su una sdraio. L’aria è tiepida, come solo in primavera. Mi scaldo le ossa, ripenso a un campo da tennis in un paese sperduto del Galles, a una casa che adesso è bruciata, ad alcune persone che ho lasciato indietro. Ogni tanto mi riscuoto e guardo la gente che mangia, parla, beve.


Ma non riesco a restare presente per troppo tempo. No, non per molto.


Cugina bionda


Ho questo bicchiere d’aranciata in mano, e probabilmente mi dà un’aria ancora più stupida. Una cugina bionda (penso che sia una cugina, ma non so chi me l’ha detto, o da dove traggo questa convinzione) si avvicina, e mi dice:


“Tu fai giurisprudenza, vero? Me lo ha detto tua madre.”


Guardo in direzione di mia madre, in piedi in mezzo ad altri parenti. Ricambia lo sguardo con aria severa, anche se non sto facendo nulla di male. C’è un sacco di gente, l’atmosfera è quella solita delle riunioni di famiglia in occasione di qualche evento particolare, in questo caso matrimonio (di un’altra cugina, non quella bionda che ora mi rivolge la parola). Rispondo qualcosa. Lei sorride.


“Anch’io vorrei iscrivermi…”


Inizia una conversazione in cui si capisce che la cugina bionda ha voglia di attaccare bottone e io no. O che forse sono solo troppo imbarazzato, e assente, per mettermi a fare pubbliche relazioni.


“Cosa bevi?” chiede a un certo punto.


Guardo il bicchiere di aranciata.


“Aranciata,” rispondo.


“A un matrimonio? Perché non prendi un bicchiere di spumante?”


Mi hanno costretto a mettere il vestito della festa, giro la testa da una parte, impacciato. Cerco una spiegazione plausibile.


Le dico:


“Non bevo.” Non più.


“Mi piacciono i riflessi dei tuoi capelli, sono viola?”


“Blu,” rispondo io, allarmato. Si vedono ancora? E’ per questo che fin dall’inizio ho la sensazione che tutti mi stiano fissando?


Non dico più nulla, restiamo lì imbarazzati. La cugina bionda borbotta qualcosa a proposito del buffet e si allontana.


Ho quest’impressione, che mentre me ne sto qui, in questo pomeriggio sprecato, qualcuno, da qualche altra parte, mi sta pensando. E’ una sensazione ridicola, e dentro di me, me ne vergogno. Potrei accontentarmi, in fondo qui non è poi così male.


Poso il bicchiere d’aranciata, vado fino al limitare del prato all’inglese, mi siedo su una sdraio. L’aria è tiepida, come solo in primavera. Mi scaldo le ossa, ripenso a un campo da tennis in un paese sperduto del Galles, a una casa che adesso è bruciata, ad alcune persone che ho lasciato indietro. Ogni tanto mi riscuoto e guardo la gente che mangia, parla, beve.


Ma non riesco a restare presente per troppo tempo. No, non per molto.


Cugina bionda


Ho questo bicchiere d’aranciata in mano, e probabilmente mi dà un’aria ancora più stupida. Una cugina bionda (penso che sia una cugina, ma non so chi me l’ha detto, o da dove traggo questa convinzione) si avvicina, e mi dice:


“Tu fai giurisprudenza, vero? Me lo ha detto tua madre.”


Guardo in direzione di mia madre, in piedi in mezzo ad altri parenti. Ricambia lo sguardo con aria severa, anche se non sto facendo nulla di male. C’è un sacco di gente, l’atmosfera è quella solita delle riunioni di famiglia in occasione di qualche evento particolare, in questo caso matrimonio (di un’altra cugina, non quella bionda che ora mi rivolge la parola). Rispondo qualcosa. Lei sorride.


“Anch’io vorrei iscrivermi…”


Inizia una conversazione in cui si capisce che la cugina bionda ha voglia di attaccare bottone e io no. O che forse sono solo troppo imbarazzato, e assente, per mettermi a fare pubbliche relazioni.


“Cosa bevi?” chiede a un certo punto.


Guardo il bicchiere di aranciata.


“Aranciata,” rispondo.


“A un matrimonio? Perché non prendi un bicchiere di spumante?”


Mi hanno costretto a mettere il vestito della festa, giro la testa da una parte, impacciato. Cerco una spiegazione plausibile.


Le dico:


“Non bevo.” Non più.


“Mi piacciono i riflessi dei tuoi capelli, sono viola?”


“Blu,” rispondo io, allarmato. Si vedono ancora? E’ per questo che fin dall’inizio ho la sensazione che tutti mi stiano fissando?


Non dico più nulla, restiamo lì imbarazzati. La cugina bionda borbotta qualcosa a proposito del buffet e si allontana.


Ho quest’impressione, che mentre me ne sto qui, in questo pomeriggio sprecato, qualcuno, da qualche altra parte, mi sta pensando. E’ una sensazione ridicola, e dentro di me, me ne vergogno. Potrei accontentarmi, in fondo qui non è poi così male.


Poso il bicchiere d’aranciata, vado fino al limitare del prato all’inglese, mi siedo su una sdraio. L’aria è tiepida, come solo in primavera. Mi scaldo le ossa, ripenso a un campo da tennis in un paese sperduto del Galles, a una casa che adesso è bruciata, ad alcune persone che ho lasciato indietro. Ogni tanto mi riscuoto e guardo la gente che mangia, parla, beve.


Ma non riesco a restare presente per troppo tempo. No, non per molto.