sabato 19 febbraio 2005

Tutte le loro guerre erano allegre, tutte le loro canzoni erano tristi.

Solo canzoni d'amore, questa settimana su Macchinasoffice. E così mi sono conformato anch'io allo zeitgeist. Ma solo canzoni tristi. Perché l'amore è una roba che ti mette tra l'incudine e il martello, che ti fa perdere i sonni, che ti costringe sempre a ferire qualcuno.


Eppure, come scriveva Neruda, "muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti".


E se bisogna errare, allora sbaglieremo in due.


Tutte le loro guerre erano allegre, tutte le loro canzoni erano tristi.

Solo canzoni d'amore, questa settimana su Macchinasoffice. E così mi sono conformato anch'io allo zeitgeist. Ma solo canzoni tristi. Perché l'amore è una roba che ti mette tra l'incudine e il martello, che ti fa perdere i sonni, che ti costringe sempre a ferire qualcuno.


Eppure, come scriveva Neruda, "muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti".


E se bisogna errare, allora sbaglieremo in due.


Tutte le loro guerre erano allegre, tutte le loro canzoni erano tristi.

Solo canzoni d'amore, questa settimana su Macchinasoffice. E così mi sono conformato anch'io allo zeitgeist. Ma solo canzoni tristi. Perché l'amore è una roba che ti mette tra l'incudine e il martello, che ti fa perdere i sonni, che ti costringe sempre a ferire qualcuno.


Eppure, come scriveva Neruda, "muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti".


E se bisogna errare, allora sbaglieremo in due.


domenica 13 febbraio 2005

A dark fairytale of Splinderville

Viveva un tempo nella ridente e animata cittadina di Splinderville, nel reame di Bloglandia, un placido signore di mezza età, il dottor Ratinthewall. Egli era uno di quelli che si definirebbero "stimati membri della comunità". Svolgeva il suo lavoro con pazienza e discrezione, aveva una parola gentile per tutti, e pur non eccellendo o distinguendosi particolarmente in quel che faceva, si era guadagnato nel tempo il rispetto di una ristretta cerchia di conoscenti.


I giorni scorrevano sereni, tra un film e l'altro, e si sarebbe detto che il dottor Ratinthewall vivesse tranquillo e appagato nel seno di tale felice comunità. Eppure nel suo animo si agitavano fantasmi inquieti. Dapprima non vi fece caso. Attribuì il malessere a un po' di stanchezza, a un certo tedio che presto si sarebbe eclissato. Ma più il tempo passava, più l'inquietudine del dottor Ratinthewall cresceva.


Fu così che iniziò a fare strani esperimenti. Si recava in altre città (tra cui la misconosciuta e oscura Iobloggopoli) e assumeva identità incerte e ambigue. Scivolava rapido come un'ombra, lasciando pochi fuggevoli commenti, che avrebbero potuto significare tutto e niente. Finché un bel giorno (anzi, una brutta notte), fu pronto a fare il grande salto. Bevve una strana pozione, scelse un template, e la sua vita cambiò in un batter di ciglia. Era nato il malefico signor Mutewinter.


Tutto ciò che il dottor Rat odiava, il signor Mute faceva. Lanciare insulti gratuiti, improvvisare apologie dei vizi umani, disprezzare i colleghi, nulla era troppo nefando per il signor Mute. Tuttavia, nei primi tempi, il dottor Rat era convinto di riuscire a tenere sotto controllo il losco figuro. In fondo erano solo innocue scappatelle notturne... Imbrattava il muro di qualche vicino, lanciava lazzi alla venustà di qualche concittadina, piroettava e compiva scorribande per le strade deserte. Nulla di cui preoccuparsi...


Ma di giorno in giorno, il lavoro del dottor Rat diventava sempre più scadente, mentre la mala opera del signor Mute prendeva il sopravvento. Il dottore iniziò a trascurare il suo amato cinema per occuparsi di settori in cui non aveva nessuna competenza, parlando di qualsiasi cosa gli passasse per la mente come il più squallido tuttologo di una rete Mediaset.


Come in una giostra grottesca impossibile da arrestare, anche il dottor Rat iniziò a raccogliere le provocazioni di lestofanti e criminali, e non aspettava neppure più la notte per trasformarsi nel suo torbido alter-ego, anzi a volte usciva a cercare la rissa senza neanche aver mutato i panni del rispettabile cittadino in quelli del malfattore. Le persone che lo conoscevano iniziarono ad aver paura di lui, mentre altri lo incitavano, forse spingendolo alla caduta, con quel gusto tutto umano per la corruzione e la decadenza altrui.


[Continua su filmsdemavie.splinder.com]

A dark fairytale of Splinderville

Viveva un tempo nella ridente e animata cittadina di Splinderville, nel reame di Bloglandia, un placido signore di mezza età, il dottor Ratinthewall. Egli era uno di quelli che si definirebbero "stimati membri della comunità". Svolgeva il suo lavoro con pazienza e discrezione, aveva una parola gentile per tutti, e pur non eccellendo o distinguendosi particolarmente in quel che faceva, si era guadagnato nel tempo il rispetto di una ristretta cerchia di conoscenti.


I giorni scorrevano sereni, tra un film e l'altro, e si sarebbe detto che il dottor Ratinthewall vivesse tranquillo e appagato nel seno di tale felice comunità. Eppure nel suo animo si agitavano fantasmi inquieti. Dapprima non vi fece caso. Attribuì il malessere a un po' di stanchezza, a un certo tedio che presto si sarebbe eclissato. Ma più il tempo passava, più l'inquietudine del dottor Ratinthewall cresceva.


Fu così che iniziò a fare strani esperimenti. Si recava in altre città (tra cui la misconosciuta e oscura Iobloggopoli) e assumeva identità incerte e ambigue. Scivolava rapido come un'ombra, lasciando pochi fuggevoli commenti, che avrebbero potuto significare tutto e niente. Finché un bel giorno (anzi, una brutta notte), fu pronto a fare il grande salto. Bevve una strana pozione, scelse un template, e la sua vita cambiò in un batter di ciglia. Era nato il malefico signor Mutewinter.


Tutto ciò che il dottor Rat odiava, il signor Mute faceva. Lanciare insulti gratuiti, improvvisare apologie dei vizi umani, disprezzare i colleghi, nulla era troppo nefando per il signor Mute. Tuttavia, nei primi tempi, il dottor Rat era convinto di riuscire a tenere sotto controllo il losco figuro. In fondo erano solo innocue scappatelle notturne... Imbrattava il muro di qualche vicino, lanciava lazzi alla venustà di qualche concittadina, piroettava e compiva scorribande per le strade deserte. Nulla di cui preoccuparsi...


Ma di giorno in giorno, il lavoro del dottor Rat diventava sempre più scadente, mentre la mala opera del signor Mute prendeva il sopravvento. Il dottore iniziò a trascurare il suo amato cinema per occuparsi di settori in cui non aveva nessuna competenza, parlando di qualsiasi cosa gli passasse per la mente come il più squallido tuttologo di una rete Mediaset.


Come in una giostra grottesca impossibile da arrestare, anche il dottor Rat iniziò a raccogliere le provocazioni di lestofanti e criminali, e non aspettava neppure più la notte per trasformarsi nel suo torbido alter-ego, anzi a volte usciva a cercare la rissa senza neanche aver mutato i panni del rispettabile cittadino in quelli del malfattore. Le persone che lo conoscevano iniziarono ad aver paura di lui, mentre altri lo incitavano, forse spingendolo alla caduta, con quel gusto tutto umano per la corruzione e la decadenza altrui.


[Continua su filmsdemavie.splinder.com]

A dark fairytale of Splinderville

Viveva un tempo nella ridente e animata cittadina di Splinderville, nel reame di Bloglandia, un placido signore di mezza età, il dottor Ratinthewall. Egli era uno di quelli che si definirebbero "stimati membri della comunità". Svolgeva il suo lavoro con pazienza e discrezione, aveva una parola gentile per tutti, e pur non eccellendo o distinguendosi particolarmente in quel che faceva, si era guadagnato nel tempo il rispetto di una ristretta cerchia di conoscenti.


I giorni scorrevano sereni, tra un film e l'altro, e si sarebbe detto che il dottor Ratinthewall vivesse tranquillo e appagato nel seno di tale felice comunità. Eppure nel suo animo si agitavano fantasmi inquieti. Dapprima non vi fece caso. Attribuì il malessere a un po' di stanchezza, a un certo tedio che presto si sarebbe eclissato. Ma più il tempo passava, più l'inquietudine del dottor Ratinthewall cresceva.


Fu così che iniziò a fare strani esperimenti. Si recava in altre città (tra cui la misconosciuta e oscura Iobloggopoli) e assumeva identità incerte e ambigue. Scivolava rapido come un'ombra, lasciando pochi fuggevoli commenti, che avrebbero potuto significare tutto e niente. Finché un bel giorno (anzi, una brutta notte), fu pronto a fare il grande salto. Bevve una strana pozione, scelse un template, e la sua vita cambiò in un batter di ciglia. Era nato il malefico signor Mutewinter.


Tutto ciò che il dottor Rat odiava, il signor Mute faceva. Lanciare insulti gratuiti, improvvisare apologie dei vizi umani, disprezzare i colleghi, nulla era troppo nefando per il signor Mute. Tuttavia, nei primi tempi, il dottor Rat era convinto di riuscire a tenere sotto controllo il losco figuro. In fondo erano solo innocue scappatelle notturne... Imbrattava il muro di qualche vicino, lanciava lazzi alla venustà di qualche concittadina, piroettava e compiva scorribande per le strade deserte. Nulla di cui preoccuparsi...


Ma di giorno in giorno, il lavoro del dottor Rat diventava sempre più scadente, mentre la mala opera del signor Mute prendeva il sopravvento. Il dottore iniziò a trascurare il suo amato cinema per occuparsi di settori in cui non aveva nessuna competenza, parlando di qualsiasi cosa gli passasse per la mente come il più squallido tuttologo di una rete Mediaset.


Come in una giostra grottesca impossibile da arrestare, anche il dottor Rat iniziò a raccogliere le provocazioni di lestofanti e criminali, e non aspettava neppure più la notte per trasformarsi nel suo torbido alter-ego, anzi a volte usciva a cercare la rissa senza neanche aver mutato i panni del rispettabile cittadino in quelli del malfattore. Le persone che lo conoscevano iniziarono ad aver paura di lui, mentre altri lo incitavano, forse spingendolo alla caduta, con quel gusto tutto umano per la corruzione e la decadenza altrui.


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venerdì 11 febbraio 2005

Postcards for the dead

Una volta, tanto tempo fa, una ragazza mi mandò una cartolina con su Marilyn Monroe e Arthur Miller. In effetti lei era bella come Marilyn e io occhialuto e aitante come Arthur.


Le similitudini si fermavano lì, però da allora ho sempre stimato molto lo scrittore americano. Il modo in cui ci affezioniamo ai personaggi e alle cose è del tutto casuale, si sa.


Arthur Miller è morto quest'oggi. E anch'io non mi sento tanto bene.

Postcards for the dead

Una volta, tanto tempo fa, una ragazza mi mandò una cartolina con su Marilyn Monroe e Arthur Miller. In effetti lei era bella come Marilyn e io occhialuto e aitante come Arthur.


Le similitudini si fermavano lì, però da allora ho sempre stimato molto lo scrittore americano. Il modo in cui ci affezioniamo ai personaggi e alle cose è del tutto casuale, si sa.


Arthur Miller è morto quest'oggi. E anch'io non mi sento tanto bene.

Postcards for the dead

Una volta, tanto tempo fa, una ragazza mi mandò una cartolina con su Marilyn Monroe e Arthur Miller. In effetti lei era bella come Marilyn e io occhialuto e aitante come Arthur.


Le similitudini si fermavano lì, però da allora ho sempre stimato molto lo scrittore americano. Il modo in cui ci affezioniamo ai personaggi e alle cose è del tutto casuale, si sa.


Arthur Miller è morto quest'oggi. E anch'io non mi sento tanto bene.

martedì 8 febbraio 2005

Una scimmia in paradiso

L'automobile scivolava con tale facilità sull'asfalto nero e liscio che si sarebbe detta un essere vivente. Il suo motore ronfava come un gatto che fa le fusa. Fuori dal parabrezza, insieme a lei scivolavano i lampioni e i cartelli stradali. Le alte facciate dei grattacieli si riflettevano sul cristallo e sull'acciaio cromato.


"Avrei bisogno di una vacanza", dissi, giusto per spezzare il silenzio.


"Da cosa?" mi chiese Laura, senza staccare gli occhi dalla strada.


Premetti il naso contro il vetro e guardai fuori. Giusto, da cosa? Quello era il paradiso, non c'era bisogno di andare in altri posti. Il fatto che io fossi uno straniero, per loro non contava. Mi mandavano qui e là a fare il loro strano lavoro, come una scimmia ammaestrata. E se mi andava bene, una volta o l'altra me l'avrebbero anche fatto portare a termine, quel lavoro.


"L'altra settimana abbiamo dovuto vaporizzare una squadra."


Se si aspettava che le concedessi un'occhiata allibita, rimase delusa. Lo sapevamo tutti: quei poveracci si erano incasinati di brutto e loro avevano tirato una tattica per cancellare ogni traccia.


"Una vacanza...", ripetei oziosamente, tracciando il mio nome sul cristallo con un dito.


Laura non mi stavo ascoltando. Nei suoi occhi, la città pareva riflettersi in minuscoli infiniti frattali.

Una scimmia in paradiso

L'automobile scivolava con tale facilità sull'asfalto nero e liscio che si sarebbe detta un essere vivente. Il suo motore ronfava come un gatto che fa le fusa. Fuori dal parabrezza, insieme a lei scivolavano i lampioni e i cartelli stradali. Le alte facciate dei grattacieli si riflettevano sul cristallo e sull'acciaio cromato.


"Avrei bisogno di una vacanza", dissi, giusto per spezzare il silenzio.


"Da cosa?" mi chiese Laura, senza staccare gli occhi dalla strada.


Premetti il naso contro il vetro e guardai fuori. Giusto, da cosa? Quello era il paradiso, non c'era bisogno di andare in altri posti. Il fatto che io fossi uno straniero, per loro non contava. Mi mandavano qui e là a fare il loro strano lavoro, come una scimmia ammaestrata. E se mi andava bene, una volta o l'altra me l'avrebbero anche fatto portare a termine, quel lavoro.


"L'altra settimana abbiamo dovuto vaporizzare una squadra."


Se si aspettava che le concedessi un'occhiata allibita, rimase delusa. Lo sapevamo tutti: quei poveracci si erano incasinati di brutto e loro avevano tirato una tattica per cancellare ogni traccia.


"Una vacanza...", ripetei oziosamente, tracciando il mio nome sul cristallo con un dito.


Laura non mi stavo ascoltando. Nei suoi occhi, la città pareva riflettersi in minuscoli infiniti frattali.

Una scimmia in paradiso

L'automobile scivolava con tale facilità sull'asfalto nero e liscio che si sarebbe detta un essere vivente. Il suo motore ronfava come un gatto che fa le fusa. Fuori dal parabrezza, insieme a lei scivolavano i lampioni e i cartelli stradali. Le alte facciate dei grattacieli si riflettevano sul cristallo e sull'acciaio cromato.


"Avrei bisogno di una vacanza", dissi, giusto per spezzare il silenzio.


"Da cosa?" mi chiese Laura, senza staccare gli occhi dalla strada.


Premetti il naso contro il vetro e guardai fuori. Giusto, da cosa? Quello era il paradiso, non c'era bisogno di andare in altri posti. Il fatto che io fossi uno straniero, per loro non contava. Mi mandavano qui e là a fare il loro strano lavoro, come una scimmia ammaestrata. E se mi andava bene, una volta o l'altra me l'avrebbero anche fatto portare a termine, quel lavoro.


"L'altra settimana abbiamo dovuto vaporizzare una squadra."


Se si aspettava che le concedessi un'occhiata allibita, rimase delusa. Lo sapevamo tutti: quei poveracci si erano incasinati di brutto e loro avevano tirato una tattica per cancellare ogni traccia.


"Una vacanza...", ripetei oziosamente, tracciando il mio nome sul cristallo con un dito.


Laura non mi stavo ascoltando. Nei suoi occhi, la città pareva riflettersi in minuscoli infiniti frattali.

lunedì 7 febbraio 2005

Letters to fictious persons

Cara Tracey,


            mi dicevi sempre che io sono la ragazza e  tu il ragazzo, ma non ho mai capito cosa intendevi. Forse per questo a volte sono stato ottuso, e violento. Questa sera però non importa, vorrei solo che mi mettessi le braccia intorno e mi dessi un po' di protezione, come facevi una volta. Questa sera mi sento così piccolo e ho bisogno di un rifugio. Non voglio più combattere, almeno per qualche ora. Io sono un ragazzo e tu una ragazza, o il contrario. Ora non ricordo. Ma con il rumore della pioggia fuori della finestra posso chiudere gli occhi e fare finta che quando li riaprirò tu sarai di nuovo qui. Posso pretendere che non sia cambiato nulla. Almeno fino a quando non riaprirò gli occhi.


Confusamente tuo,


                                                                                                                                                                        Invernomuto

Letters to fictious persons

Cara Tracey,


            mi dicevi sempre che io sono la ragazza e  tu il ragazzo, ma non ho mai capito cosa intendevi. Forse per questo a volte sono stato ottuso, e violento. Questa sera però non importa, vorrei solo che mi mettessi le braccia intorno e mi dessi un po' di protezione, come facevi una volta. Questa sera mi sento così piccolo e ho bisogno di un rifugio. Non voglio più combattere, almeno per qualche ora. Io sono un ragazzo e tu una ragazza, o il contrario. Ora non ricordo. Ma con il rumore della pioggia fuori della finestra posso chiudere gli occhi e fare finta che quando li riaprirò tu sarai di nuovo qui. Posso pretendere che non sia cambiato nulla. Almeno fino a quando non riaprirò gli occhi.


Confusamente tuo,


                                                                                                                                                                        Invernomuto

Letters to fictious persons

Cara Tracey,


            mi dicevi sempre che io sono la ragazza e  tu il ragazzo, ma non ho mai capito cosa intendevi. Forse per questo a volte sono stato ottuso, e violento. Questa sera però non importa, vorrei solo che mi mettessi le braccia intorno e mi dessi un po' di protezione, come facevi una volta. Questa sera mi sento così piccolo e ho bisogno di un rifugio. Non voglio più combattere, almeno per qualche ora. Io sono un ragazzo e tu una ragazza, o il contrario. Ora non ricordo. Ma con il rumore della pioggia fuori della finestra posso chiudere gli occhi e fare finta che quando li riaprirò tu sarai di nuovo qui. Posso pretendere che non sia cambiato nulla. Almeno fino a quando non riaprirò gli occhi.


Confusamente tuo,


                                                                                                                                                                        Invernomuto

sabato 5 febbraio 2005

I love to hate!

Onestamente non capisco chi si proclama razzista, o si comporta implicitamente come tale anche senza dichiararsi.


Il razzismo implica che una determinata "razza", specie, categoria del genere umano vada odiata in modo speciale rispetto a un'altra parte dello stesso genus che invece sarebbe da riconoscere come simile.


Il tragico errore in cui cadono questi cosiddetti razzisti non è il fatto che ci sia una parte dell'umanità da odiare. Tutt'altro. Il loro errore sta nel pensare che ci sia una parte dell'umanità da amare e da sentire affine a noi.


Ogni individuo è solo e costituisce una razza a sé. Tutti gli altri sono nemici, e la guerra va dichiarata al genere umano, non a una specifica parte di esso.



Ogni organizzazione, stato, nazione, o altra aggregazione sociale costituiscono un'aberrazione, contro cui qualsiasi individuo dotato di un minimo di intelligenza dovrebbe lottare con tutte le sue forze.


La condizione perenne di belligeranza tra l'individuo e l'altro da sé dovrebbe costituire lo stato di natura.


Un uomo che si dichiari davvero tale non può accettare che una completa e piena libertà d'azione, incompatibile con l'interferenza di altre volontà che si impongano contro la sua.


Al tempo stesso, a un vero essere umano non interessa minimamente l'idea da tiranno di controllare gli altri per non subirne la volontà. L'idea di comandare è rivoltante quanto l'idea di essere comandati, perché implica comunque una contaminazione con l'altro da sé.


Le donne e gli uomini che vogliano essere liberi farebbero meglio, non potendo distruggerli, ad allontanarsi da quelli che impropriamente si definiscono "i loro simili", e vivere la loro esistenza in perfetta solitudine.

I love to hate!

Onestamente non capisco chi si proclama razzista, o si comporta implicitamente come tale anche senza dichiararsi.


Il razzismo implica che una determinata "razza", specie, categoria del genere umano vada odiata in modo speciale rispetto a un'altra parte dello stesso genus che invece sarebbe da riconoscere come simile.


Il tragico errore in cui cadono questi cosiddetti razzisti non è il fatto che ci sia una parte dell'umanità da odiare. Tutt'altro. Il loro errore sta nel pensare che ci sia una parte dell'umanità da amare e da sentire affine a noi.


Ogni individuo è solo e costituisce una razza a sé. Tutti gli altri sono nemici, e la guerra va dichiarata al genere umano, non a una specifica parte di esso.



Ogni organizzazione, stato, nazione, o altra aggregazione sociale costituiscono un'aberrazione, contro cui qualsiasi individuo dotato di un minimo di intelligenza dovrebbe lottare con tutte le sue forze.


La condizione perenne di belligeranza tra l'individuo e l'altro da sé dovrebbe costituire lo stato di natura.


Un uomo che si dichiari davvero tale non può accettare che una completa e piena libertà d'azione, incompatibile con l'interferenza di altre volontà che si impongano contro la sua.


Al tempo stesso, a un vero essere umano non interessa minimamente l'idea da tiranno di controllare gli altri per non subirne la volontà. L'idea di comandare è rivoltante quanto l'idea di essere comandati, perché implica comunque una contaminazione con l'altro da sé.


Le donne e gli uomini che vogliano essere liberi farebbero meglio, non potendo distruggerli, ad allontanarsi da quelli che impropriamente si definiscono "i loro simili", e vivere la loro esistenza in perfetta solitudine.

I love to hate!

Onestamente non capisco chi si proclama razzista, o si comporta implicitamente come tale anche senza dichiararsi.


Il razzismo implica che una determinata "razza", specie, categoria del genere umano vada odiata in modo speciale rispetto a un'altra parte dello stesso genus che invece sarebbe da riconoscere come simile.


Il tragico errore in cui cadono questi cosiddetti razzisti non è il fatto che ci sia una parte dell'umanità da odiare. Tutt'altro. Il loro errore sta nel pensare che ci sia una parte dell'umanità da amare e da sentire affine a noi.


Ogni individuo è solo e costituisce una razza a sé. Tutti gli altri sono nemici, e la guerra va dichiarata al genere umano, non a una specifica parte di esso.



Ogni organizzazione, stato, nazione, o altra aggregazione sociale costituiscono un'aberrazione, contro cui qualsiasi individuo dotato di un minimo di intelligenza dovrebbe lottare con tutte le sue forze.


La condizione perenne di belligeranza tra l'individuo e l'altro da sé dovrebbe costituire lo stato di natura.


Un uomo che si dichiari davvero tale non può accettare che una completa e piena libertà d'azione, incompatibile con l'interferenza di altre volontà che si impongano contro la sua.


Al tempo stesso, a un vero essere umano non interessa minimamente l'idea da tiranno di controllare gli altri per non subirne la volontà. L'idea di comandare è rivoltante quanto l'idea di essere comandati, perché implica comunque una contaminazione con l'altro da sé.


Le donne e gli uomini che vogliano essere liberi farebbero meglio, non potendo distruggerli, ad allontanarsi da quelli che impropriamente si definiscono "i loro simili", e vivere la loro esistenza in perfetta solitudine.

mercoledì 2 febbraio 2005

Una scimmia in paradiso

Il sole era un disco color sangue e ammaccato che saliva a oriente, inondando tutto di luce rossa. Sulla striscia aranciata dell'orizzonte, si scorgevano le scie bianche dei velivoli ad alta quota, e il bagliore metallico di quelli in fase di atterraggio o decollo. Osservavo tutto questo cercando di imprimermelo bene in mente, ma sapevo che di lì a poche ore le impressioni avrebbero lasciato spazio a una pallida eco.


La missione era stata annullata, ancora una volta. La squadra era arrivata puntuale (a dir la verità qualche minuto in anticipo), aveva installato l'equipaggiamento, poi ci eravamo messi ad aspettare. Dentro di me mi dicevo che questa volta ci avrebbero lasciato portare a termine il lavoro, ma dopo poco era arrivata la chiamata dalla base: reimpacchettate tutto e tornate indietro. Sentii i grugniti di disappunto di Vance e la risatina nervosa di Kyle. Ridere o mugugnare non serviva a granché, perciò io non dissi nulla. Tanto sapevo che a fine mese l'accredito in banca sarebbe stato lo stesso, che il lavoro lo portassimo a termine o no.


Essere pagato per non lavorare, per starmene a guardare le albe e i tramonti delle zone industriali di questa terra. Era una situazione strana, ma finché durava per me andava bene. Mi chiedevo soltanto quanto a lungo ancora sarebbe durata.


Una scimmia in paradiso

Il sole era un disco color sangue e ammaccato che saliva a oriente, inondando tutto di luce rossa. Sulla striscia aranciata dell'orizzonte, si scorgevano le scie bianche dei velivoli ad alta quota, e il bagliore metallico di quelli in fase di atterraggio o decollo. Osservavo tutto questo cercando di imprimermelo bene in mente, ma sapevo che di lì a poche ore le impressioni avrebbero lasciato spazio a una pallida eco.


La missione era stata annullata, ancora una volta. La squadra era arrivata puntuale (a dir la verità qualche minuto in anticipo), aveva installato l'equipaggiamento, poi ci eravamo messi ad aspettare. Dentro di me mi dicevo che questa volta ci avrebbero lasciato portare a termine il lavoro, ma dopo poco era arrivata la chiamata dalla base: reimpacchettate tutto e tornate indietro. Sentii i grugniti di disappunto di Vance e la risatina nervosa di Kyle. Ridere o mugugnare non serviva a granché, perciò io non dissi nulla. Tanto sapevo che a fine mese l'accredito in banca sarebbe stato lo stesso, che il lavoro lo portassimo a termine o no.


Essere pagato per non lavorare, per starmene a guardare le albe e i tramonti delle zone industriali di questa terra. Era una situazione strana, ma finché durava per me andava bene. Mi chiedevo soltanto quanto a lungo ancora sarebbe durata.


Una scimmia in paradiso

Il sole era un disco color sangue e ammaccato che saliva a oriente, inondando tutto di luce rossa. Sulla striscia aranciata dell'orizzonte, si scorgevano le scie bianche dei velivoli ad alta quota, e il bagliore metallico di quelli in fase di atterraggio o decollo. Osservavo tutto questo cercando di imprimermelo bene in mente, ma sapevo che di lì a poche ore le impressioni avrebbero lasciato spazio a una pallida eco.


La missione era stata annullata, ancora una volta. La squadra era arrivata puntuale (a dir la verità qualche minuto in anticipo), aveva installato l'equipaggiamento, poi ci eravamo messi ad aspettare. Dentro di me mi dicevo che questa volta ci avrebbero lasciato portare a termine il lavoro, ma dopo poco era arrivata la chiamata dalla base: reimpacchettate tutto e tornate indietro. Sentii i grugniti di disappunto di Vance e la risatina nervosa di Kyle. Ridere o mugugnare non serviva a granché, perciò io non dissi nulla. Tanto sapevo che a fine mese l'accredito in banca sarebbe stato lo stesso, che il lavoro lo portassimo a termine o no.


Essere pagato per non lavorare, per starmene a guardare le albe e i tramonti delle zone industriali di questa terra. Era una situazione strana, ma finché durava per me andava bene. Mi chiedevo soltanto quanto a lungo ancora sarebbe durata.


martedì 1 febbraio 2005

R-Machinery

La macchina della propaganda è sempre all'opera, ed è inutile chiedersi chi sia il grande fratello che la fa girare. Partendo dallo spunto di un post di Blumfeld sulla retorica di certe trasmissioni, mi sono chiesto come agisca la propaganda e di quali armi si avvalga al giorno d'oggi questa ottava o nona arte figlia di Goebbels, non intendendo fare una disamina storica o sociologica del fenomeno (intento troppo elevato per i miei scarsi mezzi). Mi interessa vedere piuttosto come questa sottile (a volte non troppo) costrizione viene percepita dal fantomatico "uomo della strada" (cioé in definitiva dal sottoscritto).


Il mezzo più potente di propaganda dei nostri tempi è la pubblicità, e la pubblicità fa quasi sempre ricorso alla retorica. Chiarisco subito qual'è il significato dell'aggettivo "retorico" per me: l'uso di un argomento su cui la maggioranza si trova d'accordo (ad esempio i valori della famiglia, della patria, dell'amicizia, dell'amore e quant'altro) inflazionandolo e piegandolo ai propri soggettivi interessi. Curiosamente, si potrebbe pensare che più si va avanti, più il pubblico a cui questo tipo di informazione viene rivolto diventi smaliziato e in grado di distinguere la verità dal falso. Così non è. Anzi, più la cultura si massifica, più il ricorso a un linguaggio retorico diviene efficace.


Esempio ne sono alcuni spot veramente fastidiosi apparsi recentemente in televisione: nel primo, girato dal regista Spike Lee, la figura di Gandhi (figura universalmente amata e quindi perfetta per un uso "retorico") viene impiegata per pubblicizzare una compagnia telefonica. In questo caso, l'equazione è semplice: Gandhi è un personaggio amato, portatore di ideali universali di pace, e il suo utilizzo attirerà l'attenzione di un vasto numero di persone, ma soprattutto, per effetto osmotico, conferirà alla compagnia telefonica un'aura di saggezza e bontà. In un secondo spot, una brutta canzone pseudolirica sottolinea in modo insopportabilmente enfatico immagini di vita quotidiana collegate ad altre di eventi importanti della storia italiana, al termine si sente la voce di Martellini che grida: "campioni del mondo!". Alla fine si scopre che tutto questo afflato di buoni sentimenti serve a reclamizzare una banca. Non c'è bisogno di commentare, credo...


Il nostro capo del governo, provenendo da questa scuola, non esita a usare questo genere di messaggi nei suoi discorsi e più in generale nel suo programma politico. Nulla di nuovo (diciamo che questo tipo di propaganda, anzi, la pubblicità l'ha mutuata dalla politica), tuttavia i cambiamenti rispetto alla propaganda retorica del secolo scorso sono evidenti: mentre un tempo si promettevano lacrime e sangue, pane e moschetto, cannoni e non burro, oggi i nostri politici promettono nastrine del Mulino Bianco, cellulari con tecnologia UMTS e le veline di Striscia. I loro lacché, giornalisti e imbonitori televisivi, sono rimasti gli unici a usare la retorica vecchio stile, come giustamente Blumfeld lamenta. Che si aggiornino anche loro, dunque, e che la nostra vita diventi definitivamente un'orgia di Madri Terese di Calcutta, pubblicità dei telefonini con belle fighe e mostri sbattuti in prima pagina. Questo la gente vuole!

R-Machinery

La macchina della propaganda è sempre all'opera, ed è inutile chiedersi chi sia il grande fratello che la fa girare. Partendo dallo spunto di un post di Blumfeld sulla retorica di certe trasmissioni, mi sono chiesto come agisca la propaganda e di quali armi si avvalga al giorno d'oggi questa ottava o nona arte figlia di Goebbels, non intendendo fare una disamina storica o sociologica del fenomeno (intento troppo elevato per i miei scarsi mezzi). Mi interessa vedere piuttosto come questa sottile (a volte non troppo) costrizione viene percepita dal fantomatico "uomo della strada" (cioé in definitiva dal sottoscritto).


Il mezzo più potente di propaganda dei nostri tempi è la pubblicità, e la pubblicità fa quasi sempre ricorso alla retorica. Chiarisco subito qual'è il significato dell'aggettivo "retorico" per me: l'uso di un argomento su cui la maggioranza si trova d'accordo (ad esempio i valori della famiglia, della patria, dell'amicizia, dell'amore e quant'altro) inflazionandolo e piegandolo ai propri soggettivi interessi. Curiosamente, si potrebbe pensare che più si va avanti, più il pubblico a cui questo tipo di informazione viene rivolto diventi smaliziato e in grado di distinguere la verità dal falso. Così non è. Anzi, più la cultura si massifica, più il ricorso a un linguaggio retorico diviene efficace.


Esempio ne sono alcuni spot veramente fastidiosi apparsi recentemente in televisione: nel primo, girato dal regista Spike Lee, la figura di Gandhi (figura universalmente amata e quindi perfetta per un uso "retorico") viene impiegata per pubblicizzare una compagnia telefonica. In questo caso, l'equazione è semplice: Gandhi è un personaggio amato, portatore di ideali universali di pace, e il suo utilizzo attirerà l'attenzione di un vasto numero di persone, ma soprattutto, per effetto osmotico, conferirà alla compagnia telefonica un'aura di saggezza e bontà. In un secondo spot, una brutta canzone pseudolirica sottolinea in modo insopportabilmente enfatico immagini di vita quotidiana collegate ad altre di eventi importanti della storia italiana, al termine si sente la voce di Martellini che grida: "campioni del mondo!". Alla fine si scopre che tutto questo afflato di buoni sentimenti serve a reclamizzare una banca. Non c'è bisogno di commentare, credo...


Il nostro capo del governo, provenendo da questa scuola, non esita a usare questo genere di messaggi nei suoi discorsi e più in generale nel suo programma politico. Nulla di nuovo (diciamo che questo tipo di propaganda, anzi, la pubblicità l'ha mutuata dalla politica), tuttavia i cambiamenti rispetto alla propaganda retorica del secolo scorso sono evidenti: mentre un tempo si promettevano lacrime e sangue, pane e moschetto, cannoni e non burro, oggi i nostri politici promettono nastrine del Mulino Bianco, cellulari con tecnologia UMTS e le veline di Striscia. I loro lacché, giornalisti e imbonitori televisivi, sono rimasti gli unici a usare la retorica vecchio stile, come giustamente Blumfeld lamenta. Che si aggiornino anche loro, dunque, e che la nostra vita diventi definitivamente un'orgia di Madri Terese di Calcutta, pubblicità dei telefonini con belle fighe e mostri sbattuti in prima pagina. Questo la gente vuole!

R-Machinery

La macchina della propaganda è sempre all'opera, ed è inutile chiedersi chi sia il grande fratello che la fa girare. Partendo dallo spunto di un post di Blumfeld sulla retorica di certe trasmissioni, mi sono chiesto come agisca la propaganda e di quali armi si avvalga al giorno d'oggi questa ottava o nona arte figlia di Goebbels, non intendendo fare una disamina storica o sociologica del fenomeno (intento troppo elevato per i miei scarsi mezzi). Mi interessa vedere piuttosto come questa sottile (a volte non troppo) costrizione viene percepita dal fantomatico "uomo della strada" (cioé in definitiva dal sottoscritto).


Il mezzo più potente di propaganda dei nostri tempi è la pubblicità, e la pubblicità fa quasi sempre ricorso alla retorica. Chiarisco subito qual'è il significato dell'aggettivo "retorico" per me: l'uso di un argomento su cui la maggioranza si trova d'accordo (ad esempio i valori della famiglia, della patria, dell'amicizia, dell'amore e quant'altro) inflazionandolo e piegandolo ai propri soggettivi interessi. Curiosamente, si potrebbe pensare che più si va avanti, più il pubblico a cui questo tipo di informazione viene rivolto diventi smaliziato e in grado di distinguere la verità dal falso. Così non è. Anzi, più la cultura si massifica, più il ricorso a un linguaggio retorico diviene efficace.


Esempio ne sono alcuni spot veramente fastidiosi apparsi recentemente in televisione: nel primo, girato dal regista Spike Lee, la figura di Gandhi (figura universalmente amata e quindi perfetta per un uso "retorico") viene impiegata per pubblicizzare una compagnia telefonica. In questo caso, l'equazione è semplice: Gandhi è un personaggio amato, portatore di ideali universali di pace, e il suo utilizzo attirerà l'attenzione di un vasto numero di persone, ma soprattutto, per effetto osmotico, conferirà alla compagnia telefonica un'aura di saggezza e bontà. In un secondo spot, una brutta canzone pseudolirica sottolinea in modo insopportabilmente enfatico immagini di vita quotidiana collegate ad altre di eventi importanti della storia italiana, al termine si sente la voce di Martellini che grida: "campioni del mondo!". Alla fine si scopre che tutto questo afflato di buoni sentimenti serve a reclamizzare una banca. Non c'è bisogno di commentare, credo...


Il nostro capo del governo, provenendo da questa scuola, non esita a usare questo genere di messaggi nei suoi discorsi e più in generale nel suo programma politico. Nulla di nuovo (diciamo che questo tipo di propaganda, anzi, la pubblicità l'ha mutuata dalla politica), tuttavia i cambiamenti rispetto alla propaganda retorica del secolo scorso sono evidenti: mentre un tempo si promettevano lacrime e sangue, pane e moschetto, cannoni e non burro, oggi i nostri politici promettono nastrine del Mulino Bianco, cellulari con tecnologia UMTS e le veline di Striscia. I loro lacché, giornalisti e imbonitori televisivi, sono rimasti gli unici a usare la retorica vecchio stile, come giustamente Blumfeld lamenta. Che si aggiornino anche loro, dunque, e che la nostra vita diventi definitivamente un'orgia di Madri Terese di Calcutta, pubblicità dei telefonini con belle fighe e mostri sbattuti in prima pagina. Questo la gente vuole!