Hey belli, nel caso non ve ne foste accorti Mutewinter scrive anche qui:
Dategli un'occhiata, vah... (dicono che ci siano le migliori menti della blogsfera)
Hey belli, nel caso non ve ne foste accorti Mutewinter scrive anche qui:
Dategli un'occhiata, vah... (dicono che ci siano le migliori menti della blogsfera)
A me le catene di S.Antonio mi fanno paura, che poi se le spezzi chissà cosa succede! In più da quando ho visto "The ring" mi sento responsabile anche verso quelli che me le passano. Metti che questa sia una di quelle catene tipo la cassettachesenonlafaivedereaqualcunaltroentrounasettimanamuori, poi magari mi tocca vivere per tutta la vita col senso di colpa... Ecco quindi my bloody list.
Volume totale dei file musicali:
ehm, non lo so davvero. E' che sono casinista, ho cartelle sparse in tutto l'hard disk con roba assurda, inoltre molti sono doppioni... Comunque dopo un (poco) accurato censimento direi sui 15 GB. Pochini, eh?
L'ultimo CD che ho comprato:
boh, non so, è stato tantissimo tempo fa, davvero. Credo In the middle of nowhere degli Orbital.
Canzone che sta suonando ora:
in realtà nessuna, però ne scelgo una così la metto anche sul blog. Unfinished Sympathy dei Massive, vah...
Cinque canzoni che ultimamente ascolto spesso, o che significano molto per me (ordine casuale):
1963 - New Order
Perché... chi deve saperlo lo sa.
Entropy - VNV Nation
Perché l'ultimo dei VNV è spaziale!!!
Last days of april - If you
Perché l'ho dedicata a una persona che non l'ha ancora ascoltata (forse).
Belfast - Orbital
Perché è il più bel pezzo strumentale mai composto in tutti i tempi in assoluto di tutta la galassia.
Chiedo alla polvere - Perturbazione
Perché... ultimamente l'ascolto spesso.
Cinque persone a cui passo il testimone:
Eh no, mi rifiuto di prestarmi a questo perverso gioco. Mi sacrificherò piuttosto affinché questa spaventosa infezione non si diffonda ulteriormente. E poi tutti quelli che conosco sono già stati nominati da altri...
Domanda oziosa della domenica pomeriggio, degna di un Marzullo o di una puntata de "L'Italia sul 2". Ma il sesso serve veramente a conoscere meglio una persona? O ci regala soltanto due ore di evasione dal tedio quotidiano (il che già non è poco...)? Cos'è che ci spinge a desiderare di conoscere fisicamente qualcuno che amiamo intellettualmente, ad approfondire nei sensi, nel gusto, nell'olfatto, nel tatto, ciò che si potrebbe benissimo concretizzare soltanto nella parola e nello sguardo? E sarà vero quello che diceva Aldous Huxley, che l'intellettuale è colui che ha scoperto qualcosa di più interessante del sesso? A volte mi sembra di sì, altre volte mi ricordo che siamo solo animali.
"You make me satisfied
You only want to ride
But that's alright by me
We happen to be free
For what tomorrow brings
No peace and broken wings
It may have been so good
But now it's understood
'Twas just a night"
Ci sono posti che non abbiamo mai visitato. Qualcuno li ha visitati per noi. Ci sono avventure che non vivremo mai. Qualcuno le vivrà per noi.
Una mostra che è di per se stessa un viaggio. Perché arrivare a Siena non è facile, annidata com'è in mezzo alle colline, nell'ombra di uno degli angoli più noti e inflazionati d'Italia. Perché l'esposizione stessa si definisce "periplo" e l'allestimento è simile a una proiezione di Mercatore con i continenti spiaccicati sulla carta geografica. Perché abituati ai disegni nitidi, in bianco e nero, di Corto Maltese e Anna della Giungla che ci portiamo dietro fin dall'infanzia, quasi ci perdiamo negli acquarelli chiarissimi che sfumano nei colori del mare e del cielo, del fogliame e della terra di questo Pratt a colori e inedito. Perchè Pratt era prima di tutto un viaggiatore.
Pratt come Conrad, come Saint Exupéry, come Hemingway, come quella stirpe di scrittori erranti, affascinati più dalla strada da percorrere che dalla meta da raggiungere. Autori un po' datati, che conciliavano il pensiero con l'azione, che confondevano la vita con l'arte. Quelli che riuscivano a vedere la luna piena anche chiusi in una stanza, quelli che scorgevano Brigadoon dove c'era solo una valle fangosa. Poco seri, sognatori, ormai estinti, di facile fascino, un po' scontato, mai appassito. Quelli che sono andati troppo in alto, troppo lontano, troppo presto.
Trecentocinquanta opere suddivise in sette sezioni geografiche, ognuna delle quali dedicata ad un luogo (Venezia, Mondo Celtico, Africa, America latina, Nord America, Pacifico e Asia) connesse tra loro attraverso installazioni video, a palazzo Squarcialupi, Santa Maria della Scala, Siena, dal 24 marzo al 28 agosto 2005.
Non ho mai parlato di queste cose. Voglio dire, non sono mai riuscito a raccontare a qualcuno cosa intendo veramente quando scrivo, come nascono le mie storie, che importanza possono avere, almeno per la mia vita. Ho letto molti libri di scrittori che lo hanno fatto, che sono riusciti a parlare della loro “arte”. Ho passato giorni assorbito nelle loro riflessioni, e ho invidiato la loro capacità di parlare di cose come “segno”, “discorso indiretto”, “climax” e altre parole brillanti e difficili, che parevano contenere dentro di sé un mondo intero. Poi, nel tempo, mi sono allontanato anche da loro, ho smesso di cercare un significato. Ho scritto sempre meno, perché ero come un disegnatore che non è mai riuscito a superare i problemi più semplici di prospettiva. Ho mestiere sufficiente per riuscire a scrivere un comunicato stampa, o un’e-mail abbastanza appassionata (quando mi sforzo), ma non ho più la forza per ricominciare da capo a costruire con fatica un nuovo castello di parole. Del resto, quelli che ho costruito non sono interessati a nessuno, o a pochi, e restano lì, sbilenchi, a testimoniare la mia poca perizia, e anche un paio di illusioni, o tre.
Qualche tempo fa mi è venuto in mente questo haiku: “il tempo diventa un abisso/in cui io sprofondo”. Mi piace, perché è una frase molto semplice, ma non banale, e riesce a esprimere bene una concatenazione piuttosto profonda di pensieri, ma purtroppo non credo che nessun altro condividerà mai la mia opinione. Così sto ancora cercando un significato, qualcosa che mi dica cosa sia bello, e cosa no.
Penso che sostanzialmente la risposta sia semplice: qualcosa è bello se suscita in te un’emozione. Ma allora il mio cervello dev’essere completamente sballato, perché ci sono cose stupide che mi fanno piangere, e cose grandiose che mi lasciano indifferente. Forse è il problema di tutti i dilettanti, di tutti quelli che credono di fare qualcosa di bello, ma invece si rendono soltanto ridicoli. Un problema di prospettiva, per tornare al paragone col disegno. Ho letto tanti racconti di scrittori alle prime armi, o anche già affermati, e li ho trovati banali, o addirittura impresentabili. Eppure dovevano avere un valore per i loro creatori, no?
Però, come ho detto di tutte queste cose non sono mai riuscito a parlare con loro, o con alcun altro. Al massimo si dice: “bella la tua storia”, o : “cambierei questa cosa lì, metterei quella cosa là”, ma non si va mai oltre alla superficie.
Naturalmente (come ho detto) ci sono libri bellissimi che trattano l’argomento (però adesso me ne viene in mente solo uno, di Scott Mc Cloud, che si intitola “Understanding Comics”, e parla, appunto, di come si scrivono i fumetti), ma non mi è mai capitato di discutere con qualcuno sul “perché” scrive, e su “come” scrive. Ho discusso di tutto, con centinaia di persone, ho discusso delle mie idee politiche, di amore, di odio, di qualche sport che mi piace, di soldi, di giurisprudenza, di musica, ho discusso persino di cose come la morte (anche se non spesso), ma non ho mai discusso su questo. Strano, no?
Alle volte certe canzoni dicono più di mille parole, ma resisterò alla tentazione di postare semplicemente il testo.
Perciò, se avete i plug-in, le casse, le schede audio, i cazzi e i mazzi, la canzone potete ascoltarvela.
Altrimenti non capirete mai cosa pensavo questa sera.
E certo non sarà una grande perdita.
Mi unisco al blog di Militante nel diffondere questo appello degli anarchici del Capolinea in seguito agli arresti effettuati a Lecce.
MANIFESTAZIONE A LECCE CONTRO TUTTI I LAGER
IN SOLIDARIETÀ CON GLI ANARCHICI ARRESTATI
Cinque compagni sono stati arrestati a Lecce, con l’accusa di aver dato vita ad una associazione «a fini di eversione dell’ordine democratico». L’ordine democratico che si è sentito in pericolo è quello che sequestra nei lager chiamati Centri di Permanenza Temporanea gli stranieri che arrivano in Italia spinti dalla disperazione anziché dal turismo. I compagni arrestati sono infatti conosciuti per le loro lotte condotte al di fuori di ogni ambito istituzionale, fra cui quella contro il famigerato Cpt Regina Pacis.
Oggi il pm Giorgio Lino Bruno vuole presentare il conto a chi si oppone radicalmente ai lager di Stato, alla guerra in Iraq, allo sfruttamento della Benetton, a chi si prende da sé lo spazio vitale, senza passare per vili deleghe ed umilianti genuflessioni.
I cinque anarchici sono stati arrestati perchè credono che gli sfruttati e gli oppressi non debbano compiangersi, bensì insorgere. Perché il migliore dei mondi possibili non è certo quello dove i ricchi rispettano la miseria dei poveri e i poveri rispettano l’opulenza dei ricchi, come vorrebbe far credere la canea mediatica.
Sono i governi di tutto il mondo — con le loro guerre da scatenare, le loro frontiere da proteggere, i loro passaporti da controllare, i loro profitti da incassare — a creare le condizioni dell’immigrazione clandestina, che giova e frutta denaro a chi come l’arcivescovo Ruppi o come Benetton ha costruito il proprio impero sullo sfruttamento della miseria.
Se il Regina Pacis è stato teatro di tante rivolte, è perché non tutti i reclusi al suo interno sono animali addomesticati e non tutti queli che sono all’esterno sono cittadini mansuefatti. Quando l'esistente diventa insopportabile, il buon senso dei rassegnati è solo un vuoto pretesto per rinunciare ad agire.
Di fronte alla sofferenza imposta dal dominio e dalla merce, non c’è migliore virtù della solidarietà, non c’è peggiore ipocrisia delle lacrime e dell’indifferenza in cui rimangono invischiati coloro che non osano tradurre il pensiero critico in atto ribelle, in complicità attiva.
Il terrore è l'arma dello Stato, ma arrestando cinque anarchici e indagandone altri non può mettere in scacco la voglia di riscatto degli oppressi...
La complicità è un'arma. La solidarietà è una forza.
LIBERTÀ PER CRISTIAN SALVATORE SAVERIO ANNALISA E MARINA
LIBERTÀ PER I MIGRANTI E PER TUTTI GLI OPPRESSI
FUOCO AI LAGER!
ANARCHICI DEL CAPOLINEA
SABATO 21 maggio concentramento ore 14 in via Adua (nei pressi di P.ta Napoli) e corteo cittadino
DOMENICA 22 assemblea ore 11 su:
- Carcere e repressione
- I Cpt e il mondo delle espulsioni
Ore 14 presidio sotto il carcere di Lecce
È sgradita la presenza di partiti, giornalisti e infami
(chi ha intenzione di pernottare deve possibilmente munirsi di sacco a pelo e, sempre possibilmente, evitare di portare cani)
A notte fonda, entrò come un ladro nella propria stessa casa. Il gatto si stiracchiò due volte, poi lo guardò impertinente. Non era un animale che abbassava lo sguardo, tantomeno di fronte al padrone. Come una concessione gli passò accanto strusciandosi contro la sua gamba e passò oltre, svanendo nel buio.
Rimase a lungo in sospeso, chiedendosi se fosse il caso di entrare. Dall'esterno era più facile guardare dentro. Il silenzio e la solitudine potevano apparire desolanti, oppure cullare in un senso di serenità. Sapeva che la parte più difficile era sempre partire. Una volta tagliati i vincoli, la libertà era assoluta.
Come un alunno prima dell'interrogazione, ripassò le cose che aveva visto e imparato, occhi verdi e profondi come piccole pozze di acqua cristallina, folle indifferenti, reliquie aliene. Ogni cosa che era entrata a far parte di lui e che presto avrebbe dimenticato per poterla tenere dentro.
"Hai riportato qualcosa?" chiese una voce acuta quasi all'unisono col suo pensiero.
Lui rise e varcò finalmente la soglia.
"Questo," disse lui, continuando a sorridere, un sorriso che non prometteva mai nulla di buono o di allegro.
Lanciò un oggetto sul pavimento a scacchi bianchi e neri. La cosa era traslucida, e un singolo raggio di luna illuminò il suo interno. Una nuvola di neve vorticante con al centro un monumento in miniatura ma perfetto in ogni più piccolo dettaglio.
"Come ti avevo promesso," aggiunse, quasi per un ripensamento.
Lei uscì dall'ombra, prese il globo di plastica con un movimento talmente rapido da risultare invisibile e svanì senza una parola seguendo la stessa strada del gatto.
"Sono tornato a casa," bisbigliò lui, sentendo i legami riannodarsi uno a uno.
Il professor Ornavassa entrò nell’ aula facendo acquietare all’ istante il brusìo degli studenti.
Guardò con estremo disgusto la prima fila di banchi, occupati da elementi di prim’ ordine in fatto di lecchinaggine, studio pernicioso e vita sociale ridotta all’ onanismo sulla sezione biancheria femminile del Postalmarket.
Spostò gli occhi sulle file centrali dove si trovavano normalissime persone che magari ce l’ avrebbero fatta magari no, nella vita, chi avrebbe potuto dirlo.
Agli ultimi banchi sedevano quelli con lo status del maledetto-questo mondo non mi merita-faccio casino e ne sono fiero: avrebbe pagato per averli nelle prime file e spiegar loro potendoli fissare nelle pupille che solo un decimo sarebbe riuscito nell’ intento di essere felice continuando ad essere fuori dagli schemi.
Il professor Ornavassa si sedette alla cattedra dopo aver preso dalla cartella in cuoio i registri, alcuni libri, i tre dadi e la rivoltella.
Lanciò sul ripiano i dadi con gesto consumato, controllò sul registro chi corrispondesse al numero uscito e prese la mira.
Diciotto.
Dolfaro.
Peccato, ultima fila: quel ragazzo avrebbe dato soddisfazioni, se fosse stato più fortunato.
Sparò.
Si dedicò alla pulizia della pistola mentre i compagni buttavano fuori dall’ aula il cadavere e spargevano segatura sul sangue colato a terra.
Aprì il libro e cominciò la lezione di latino.
Alle quattro di notte l'unica cosa che gli premesse era: prendere il porto d'armi, comperare un fucile, sparare a quei cazzo di uccellini che canticchiavano felici mel buio che stava per diventare noioso chiarore.
Alle quattro e quindici decise di aggiungere alla lista Luisella, sua moglie.
Bella donna, per carità, ma russava.
Mia moglie è una bella donna, in effetti, ma russa. E rompe le palle. Non so perché io l'abbia sposata. Noia, forse. Tutti che mi dicevano di sposarmi. Lei che mi guardava con gli occhi sberluccicanti. E intanto neanche un pompino. Mi dicevo: dopo il matrimonio. Invece niente.
Alle quattro e trentacinque alla lista fu aggiunta la Telecom, l'inventore dell'adsl, il costruttore del modem e i piccoli bimbi che assemblano i computer in qualche sperduta bidonville pakistana.
Non necessariamente in questo ordine.
Non riesco a prendere la linea. Non chiedo molto. Solo connettermi.
Alle cinque tornò a letto sconfitto ad ascoltare uccellini, Luisella che imitava una locomotiva, siti porno con chissà quali meraviglie non potute vedere e si abbandonò a fantasie erotiche estremamente forti. Il sonno gli confuse la mente e chiuse gli occhi su un pettirosso che gli punzecchiava delizioso il testicolo destro.
Stelarc è un signore piuttosto basso, calvo, compassato e dall’aria molto british.
Dai modi pacati e ironici, Stelarc è molto loquace e parla sempre con voce calma ma vivace, esplodendo frequentemente in una profonda, inaspettata, contagiosa risata satanica.
Stelarc è anche uno dei più significativi body-artist viventi.
Stelarc ha messo il corpo al centro della sua arte, osservandone l’obsolescenza al confronto con le richieste dell’evoluzione tecnologica (che, come ogni creazione occidentale, è a sua volta un’opera dell’intelletto prima che del corpo o dello spirito) e mettendone in mostra il superamento.
Stelarc ha sempre messo il corpo al centro della propria arte, il proprio (un simpatico aneddoto: la performance “Exoskeleton: event for extended body and walking machine” è ricordata anche per essere stata la prima nella quale si sia esibito con dei vestiti addosso), e non ha mai esitato a sperimentare su di sé, né ad assumersi personalmente i rischi legati alle proprie performances.
Forse per questo Stelarc ha l’aria così calma.
Per le proprie opere Stelarc ha, nel corso della sua ormai decennale carriera, utilizzato le tecnologie più evolute a sua disposizione, dalla cibernetica all’intelligenza artificiale alle biotecnologie (il suo ultimo progetto è l’applicazione sul suo volto di un terzo orecchio, che al momento viene ancora coltivato in ambiente sterile). Ma Stelarc non è un ingegnere né un biologo, Stelarc è prima di tutto un artista e quello che cerca mettendosi al centro di un’evoluzione corporea impazzita è la sensazione, la sensazione di essere un corpo obsoleto.
Il 15 Aprile 2005 Stelarc ha portato al centro sociale Bulk di Milano una conferenza retrospettiva sulla propria carriera, ma forse di questo preferisco non parlare, dovrei infatti dire che la conferenza è iniziata con tre ore di ritardo sul programma. Dovrei descrivere i cani lasciati liberi di scorrazzare sul palco e che ad ogni applauso ululavano fino a coprire le voci degli uomini. Dovrei ricordare il disappunto di Stelarc di fronte ai tecnici audio-video ignominiosamente fatti. E che in quell’occasione, solo in quell’occasione non avrei voluto essere nei suoi panni.
Sarebbe che prima o poi qualcuno ci avrebbe pensato ad un blob di blog ossia a prendere, decontestualizzando temporaneamente, i pensieri degli ormai numerosi bloggatori italiani -e pure internescional, uainot? e incatenarli in un bloggone ricostruito secondo logiche allegre, cattive, insensate, random (usiamolo ’sto maledetto cut-up, usiamolo!!)
e allora decostruire, risemanticizzare (si dirà così..?) e ricostruire: anni di Blob -quello originale di Enrico Ghezzi e Marco Giusti, una delle pochissime cose che ancora guardo, Internet permettendo, non potevano che portare a questo, non potevano che indurmi a riutilizzare vampirescamente i tanti weblogs che leggo quotidianamente e al cui confronto i format delle reti televisive nazionali e locali sono merda in tasca.
davvero, son meglio della tele ’sti blog che leggo e che frammento arbitrariamente, fino ad oggi solo mentalmente, tutti i giorni, sono schegge di vite vere o che dovrebbero/vorrebbero esser vere, sono metalibri più dei libri, come diceva quella carogna di Nietzsche, imponendoselo come voto da rispettare:
“Non voglio più leggere nessun autore di cui si nota che voleva fare un libro: ma solo quelli i cui pensieri sono diventati casualmente un libro”
Bianciardi viene licenziato dalla Feltrinelli perché non sa muoversi freneticamente come gli altri, strascica i piedi e si guarda intorno anche quando non è indispensabile. Si guadagna da vivere lavorando come collaboratore esterno, traduce venti cartelle al giorno, da Miller a "Mille idee per incrementare le vendite", anche di domenica, Natale e Pasqua (lo chiamerà “il mio diuturno battonaggio” e anche “un lavoro di sterro e di ribaltatura”) ma manda quasi tutto quello che guadagna a Grosseto, alla moglie e ai figli.
Bianciardi conosce un'altra donna, con lei va a Roma, poi in Liguria, ha un altro figlio, come un'anima in pena non sa dove fermarsi. Pubblica i suoi primi romanzi. Poi, inaspettato, arriva pure il successo con "La vita agra", persino un film con la star Ugo Tognazzi. Ma non sa cosa farsene neppure del successo. Beve troppo, si fa cacciare dalla sezione del Partito Comunista, iniziano i ricoveri in ospedale.
Il fegato di Bianciardi è come una grossa spugna che non ne può più di assorbire veleno. Il veleno della grande città, il veleno degli amori che vanno a male, il veleno delle ingiustizie sociali, il veleno di non sapere mai chi sei e cosa vuoi. Gli propongono di lavorare al Corriere della Sera e invece lui preferisce scrivere per Playmen, Le Ore, Kent, Executive. E, pietra dello scandalo per la quale sarà malvisto da tutto il giornalismo italiano, insieme a un altro scrittore e giornalista, che si chiama Gianni Brera, comincia a scrivere sul "Guerin Sportivo".
Ma Bianciardi ormai ha troppo veleno in corpo, sta più in ospedale che fuori, è sempre ubriaco, lo vedono a volte davanti alla sede locale del PC che lancia insulti contro qualcosa che non sa nemmeno lui. Forse, a corroderlo più di tutto, è il senso di colpa per la famiglia abbandonata a Grosseto, forse è soltato l'alcool del Giamaica, ma alla fine anche la nuova compagna se ne va.
Bianciardi rimane solo, come forse aveva sempre desiderato. Bianciardi muore, sta morendo, è morto. E' il 14 dicembre del 1971. Luciano Bianciardi aveva 48 anni.
Bianciardi pensa che Grosseto sia come il Kansas, con le praterie alla periferia della città, studia l'inglese e la filosofia, ma ha le mani grosse e le spalle curve come tutti i contadini della sua terra.
Bianciardi va in giro col bibliobus, un furgoncino scassato fornito dal Comune, e fa i prestiti "a occhio" per non dover compilare schede, perché lui si ricorda di tutti quelli a cui aveva lasciato un libro. Quando l'amministrazione della biblioteca Cheliana si lamenta per tutti i volumi non restituiti, lui risponde che è meglio un libro rubato, piuttosto che un libro non letto.
Bianciardi fa il "lavoro intellettuale", ma conosce il lavoro manuale, vive in mezzo ai minatori. Poi la miniera salta per aria, muoiono 43 persone, 43 amici, lui non sa cosa fare. Scrive, si arrabbia, ma gli dicono di non rompere troppo le scatole. E' allora che gli viene quell'idea balzana, da anarchico, di andare a Milano e riempire con il gas della miniera il Pirellone, per compiere la sua vendetta contro la Montecatini.
Bianciardi alla fine a Milano ci va davvero, ma Milano se li mangia quelli come lui, i contadini rifatti, i sognatori, gli anarchici. Conosce i veri intellettuali, e non ci va tanto d'accordo. Affibbia nomignoli a Feltrinelli, il Giaguaro, Timberjack. Mangia nelle latterie, al bar Giamaica, divide la stanza con fotografi spiantati e giocatori baschi. Una sera che sono tutti intorno a un tavolo delle riunioni, verso le sei del pomeriggio arriva il Giaguaro fresco di doccia, appoggia il suo bellissimo cappotto di cammello di fianco a quello del Bianciardi, voltato e rivoltato tre-quattrocento volte, e comincia a parlare di giustizia sociale e lotta di classe, per due ore. Lui non ne può più, alla fine si alza - gelo, perché non ci si poteva alzare quando parlava il padrone - guarda quel suo cappotto liso, batte la mano sul tavolo, prende il cappotto del Feltrinelli, se lo infila, si pavoneggia un attimo, si volta, poi alza il pugno e dice: viva la lotta di classe, ed esce. Ci va avanti per un paio d'anni, con quel cappotto bellissimo.
[continua]
Ci fu quell’estate che rimasi da solo in città. Se n’erano andati tutti, al mare a Riccione, o in Spagna. Fino a metà agosto fece molto caldo, e io me ne stavo chiuso in casa, con le persiane abbassate, un paio di bermuda color kaki, una confezione da sei di Heineken e due o tre libri che non riuscivo a finire di leggere. Non si trovava neppure da fumare, per cui dovetti rinunciare anche alle canne.
Poi, quando Ferragosto fu passato, l’aria si rinfrescò, la gente tornò a farsi vedere in giro, andai persino a sentire un paio di concerti (Diaframma e Neon, credo). Ero sempre solo, ma la cosa iniziava a starmi bene, mi ci ero abituato perfettamente. Me ne stavo a mollo nel mio limbo alcoolico, ravvivato a tratti dalle poche, colorate pillole che mi riusciva di rimediare nel deserto estivo.
Un giorno, però, incontrai Anna, con cui avevo avuto una storia a scuola l’anno prima. Uscimmo una sera, lei mi tirò una pompa in un vicolo e poi ci facemmo. Era molto che non mi facevo più di eroina, e stetti male. Lei si spaventò e scappò, lasciandomi lì, in quel vicolo pieno di merda, con la faccia in una pozza di vomito. Quando mi svegliai, ricordai che Anna mi aveva detto di essere stata anche lei tutta l’estate in città, senza andare da nessuna parte. All’improvviso mi sembrò strano che non ci fossimo incontrati prima.
Elvis vi ama.
Elvis vuole che voi siate felici e non litighiate.
Elvis è cattivo, ma ha il cuore tenero, e se lo fate arrabbiare poi piange.
Fate i bravi bambini, che se fate i bravi poi Elvis vi canta una canzone e vi dà un bacio in fronte.
Questa sera, infilando un paio di jeans che dovevano essere rimasti per un bel po' di tempo nell'armadio, mi sono accorto che non solo mi stanno magnificamente nonostante la taglia 46 (loro) e i 4 chiletti accumulati negli ultimi anni (miei), ma che nella tasca posteriore destra aleggiava ancora il biglietto dello spettacolo della Fura al Colosseo. Data 13-10-02. E mi son rimembrato che a quello spettacolo ci sono andato con G., seduta al mio fianco mentre gli spagnoli mettevano in scena finte fellatio, orge, stupri e tutto il repertorio SMBD.
Era da tanto tempo che non ricordavo quella serata, la strana sensazione di avere accanto lei, così perfetta e pura, una donna dello stil novo per me che non avrei osato sfiorarla neppure con un dito, mentre sul palco si consumavano simili oscenità (nulla di cui ci siamo scandalizzati, ovvio, roba buona giusta à épater les bourgeois, ma il contrasto rimane). Adesso G. sta da qualche parte nel nord di questo emisfero, manco so se a Torino ci torna più. Il biglietto, almeno, l'ho ritrovato. E se questo non è feticismo degli oggetti...
E ora tutti in coro: E A NOI CHE CAZZO CE NE FREGA?