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martedì 3 maggio 2005

Vagonate di cazzi miei. Ovvero: blue jeans comme des madeleines.

Questa sera, infilando un paio di jeans che dovevano essere rimasti per un bel po' di tempo nell'armadio, mi sono accorto che non solo mi stanno magnificamente nonostante la taglia 46 (loro) e i 4 chiletti accumulati negli ultimi anni (miei), ma che nella tasca posteriore destra aleggiava ancora il biglietto dello spettacolo della Fura al Colosseo. Data 13-10-02. E mi son rimembrato che a quello spettacolo ci sono andato con G., seduta al mio fianco mentre gli spagnoli mettevano in scena finte fellatio, orge, stupri e tutto il repertorio SMBD.


Era da tanto tempo che non ricordavo quella serata, la strana sensazione di avere accanto lei, così perfetta e pura, una donna dello stil novo per me che non avrei osato sfiorarla neppure con un dito, mentre sul palco si consumavano simili oscenità (nulla di cui ci siamo scandalizzati, ovvio, roba buona giusta à épater les bourgeois, ma il contrasto rimane). Adesso G. sta da qualche parte nel nord di questo emisfero, manco so se a Torino ci torna più. Il biglietto, almeno, l'ho ritrovato. E se questo non è feticismo degli oggetti...


E ora tutti in coro: E A NOI CHE CAZZO CE NE FREGA?

venerdì 29 aprile 2005

Ma dove vanno a finire i miei giorni?

E poi quellilà dicono che è facile cadere nel tranello della nostalgia ma è difficile quando arriva all'improvviso il caldo e sei a Torino e ti vengono in mente certe canzoni non caderci e non pensare che gli anni passano e le mamme imbiancano e si andava allo Studio 2 fino a maggio poi la stagione finiva e tutti partivano con i primi amori e le prime ragazze che avevi baciato e si restava soli in città a mangiare le angurie ai baracchini che poi era anche bello ma la primavera è un'altra cosa la gente stava ancora tutta qua ma con la testa era già in vacanza ed era come essere al mare senza il mare andandosene in giro alla Pellerina o al massimo al Parco Ruffini o alla Tesoriera a leggere Eco ascoltando gli Everything che erano così primaverili prima di fare le robe da discoteca e io ero innamorato di Tracey Thorn, ero innamorato di Elisabeth Fraser, ero innamorato di Lisa Gerrard e tanto amore non poteva stare in un corpo così piccolo senza scoppiare.


La nostra casa era nel mezzo della strada.

lunedì 18 aprile 2005

Neve


Ho la neve e il sole negli occhi abbasso gli occhialoni ma è lo stesso mi fa bene e anche la neve che mi entra in bocca la bevo. Marco tenta uno spin e finisce a gambe all’aria poi salto anch’io e finisco a gambe all’aria nella neve fresca. Più tardi ce ne stiamo col culo sulla neve fredda guardiamo gli altri passare commentiamo lo stile di quelli che passano. Penso che non voglio più tornare indietro ho in testa quella canzone dei Dinosaur Jr. che sentivo sullo stereo della macchina mentre mi mettevo gli scarponi e poi sono sceso e l’ho spento. Succede sempre così con la canzone che stai ascoltando quando spegni la radio poi è quella che ti rimane in testa. Quando torno giù penso la rimetto da capo così me l’ascolto bene e poi smetto di canticchiarla. Questa mattina ho caricato la mia tavola sull’auto ho pensato che c’era bel tempo ho pensato che non volevo più tornare indietro. Adesso mi butto giù dal muro più ripido front side back side front side back side provo un holly su una cunetta finisco a gambe all’aria mi faccio male al culo mi rialzo incazzato ci riprovo. Guardo quelli sulla seggiovia mi chiedo se mi stanno guardando penso cosa pensano di me un giorno farò salti alti tre metri allora sì tutti si gireranno a guardare. Sulla seggiovia tentiamo di stabilire se abbiamo partecipato al periodo d’oro di qualcosa io dico che giocavo a Magic quando in Italia non sapevano neanche cos’era e ho fatto le occupazioni ai tempi di Piloto Io. Mi sento un fallito ma questo non lo dico. Dico che vorrei restare per sempre lì costruirmi una capanna o qualcosa del genere o magari andarmene in Canada là c’è neve tutto l’anno. Poi facciamo una pista nuova è quasi ora di andare via io non voglio tornare indietro sono incazzato così provo di nuovo gli holly  ma non conosco la pista però non va così male vengo giù sparato vorrei morire giuro vorrei morire spiaccicarmi contro un albero giuro così vorrei morire ma poi è il solito riprendersi la tavola in spalla venire giù parlare ancora un po’ di quella maria che vorrei comprare Marco che mi dice i prezzi non sono più tanto convinto di volerla comprare non per il prezzo ma perché non so cosa farmene magari la regalo a qualcuno. Poi gli do uno strappo fino a casa domani lui deve studiare io torno su da solo ci rivediamo sabato se riesco sento anche Paolino così andiamo a Crevacol e ci fa vedere un paio di tricks. Quando sono solo riavvolgo la cassetta mi riascolto la canzone dei Dinosaur Jr. così adesso posso smettere di canticchiarla non volevo tornare indietro giuro non volevo.

Neve


Ho la neve e il sole negli occhi abbasso gli occhialoni ma è lo stesso mi fa bene e anche la neve che mi entra in bocca la bevo. Marco tenta uno spin e finisce a gambe all’aria poi salto anch’io e finisco a gambe all’aria nella neve fresca. Più tardi ce ne stiamo col culo sulla neve fredda guardiamo gli altri passare commentiamo lo stile di quelli che passano. Penso che non voglio più tornare indietro ho in testa quella canzone dei Dinosaur Jr. che sentivo sullo stereo della macchina mentre mi mettevo gli scarponi e poi sono sceso e l’ho spento. Succede sempre così con la canzone che stai ascoltando quando spegni la radio poi è quella che ti rimane in testa. Quando torno giù penso la rimetto da capo così me l’ascolto bene e poi smetto di canticchiarla. Questa mattina ho caricato la mia tavola sull’auto ho pensato che c’era bel tempo ho pensato che non volevo più tornare indietro. Adesso mi butto giù dal muro più ripido front side back side front side back side provo un holly su una cunetta finisco a gambe all’aria mi faccio male al culo mi rialzo incazzato ci riprovo. Guardo quelli sulla seggiovia mi chiedo se mi stanno guardando penso cosa pensano di me un giorno farò salti alti tre metri allora sì tutti si gireranno a guardare. Sulla seggiovia tentiamo di stabilire se abbiamo partecipato al periodo d’oro di qualcosa io dico che giocavo a Magic quando in Italia non sapevano neanche cos’era e ho fatto le occupazioni ai tempi di Piloto Io. Mi sento un fallito ma questo non lo dico. Dico che vorrei restare per sempre lì costruirmi una capanna o qualcosa del genere o magari andarmene in Canada là c’è neve tutto l’anno. Poi facciamo una pista nuova è quasi ora di andare via io non voglio tornare indietro sono incazzato così provo di nuovo gli holly  ma non conosco la pista però non va così male vengo giù sparato vorrei morire giuro vorrei morire spiaccicarmi contro un albero giuro così vorrei morire ma poi è il solito riprendersi la tavola in spalla venire giù parlare ancora un po’ di quella maria che vorrei comprare Marco che mi dice i prezzi non sono più tanto convinto di volerla comprare non per il prezzo ma perché non so cosa farmene magari la regalo a qualcuno. Poi gli do uno strappo fino a casa domani lui deve studiare io torno su da solo ci rivediamo sabato se riesco sento anche Paolino così andiamo a Crevacol e ci fa vedere un paio di tricks. Quando sono solo riavvolgo la cassetta mi riascolto la canzone dei Dinosaur Jr. così adesso posso smettere di canticchiarla non volevo tornare indietro giuro non volevo.

sabato 16 aprile 2005

Una serie di sfortunate circostanze

I lettori di questo diario telematico sanno che di solito non parlo dei fatti miei in questa sede, ma in quest'ultima settimana sono stato colpito da una serie di eventi che definire fastidiosi sarebbe puro understatement. Non infierirò raccontandovi i particolari di simili vicissitudini, ma vi basti sapere che da domenica scorsa a oggi ho ricevuto la notizia che la principale fonte dei miei introiti si esaurirà nel giro di brevissimo tempo, ho perso una coincidenza ferroviaria impiegando 21 ore per fare 450 km e mi sono chiuso fuori di casa riuscendo poi a chiamare il fabbro più imbecille della città, che dopo aver aggravato il danno ha avuto pure il coraggio di chiedermi 60 euro per il bel lavoro. Alla fine sono entrato dal balcone della vicina, anziana fumatrice che ascolta la tv a tutto volume fino a ore folli e a cui ora mi toccherà anche essere riconoscente, spaccando un vetro col martello.


Ah, come se non bastasse sto riscrivendo questo post, perché Splinder ne ha misteriosamente cancellato la prima stesura.


A questo punto mi sento vagamente distrutto, per usare un eufemismo. Del tipo che se fossi portato per questo genere di cose mi darei all'eroina pur di sfuggire alla realtà. Ma io reagisco subito e mi rimbocco le maniche... Perciò mi rivolgo a tutti voi e dico:


Sono disocupato, devo dare da mangiare a familia. Prego avere due euro? Grazie...

Una serie di sfortunate circostanze

I lettori di questo diario telematico sanno che di solito non parlo dei fatti miei in questa sede, ma in quest'ultima settimana sono stato colpito da una serie di eventi che definire fastidiosi sarebbe puro understatement. Non infierirò raccontandovi i particolari di simili vicissitudini, ma vi basti sapere che da domenica scorsa a oggi ho ricevuto la notizia che la principale fonte dei miei introiti si esaurirà nel giro di brevissimo tempo, ho perso una coincidenza ferroviaria impiegando 21 ore per fare 450 km e mi sono chiuso fuori di casa riuscendo poi a chiamare il fabbro più imbecille della città, che dopo aver aggravato il danno ha avuto pure il coraggio di chiedermi 60 euro per il bel lavoro. Alla fine sono entrato dal balcone della vicina, anziana fumatrice che ascolta la tv a tutto volume fino a ore folli e a cui ora mi toccherà anche essere riconoscente, spaccando un vetro col martello.


Ah, come se non bastasse sto riscrivendo questo post, perché Splinder ne ha misteriosamente cancellato la prima stesura.


A questo punto mi sento vagamente distrutto, per usare un eufemismo. Del tipo che se fossi portato per questo genere di cose mi darei all'eroina pur di sfuggire alla realtà. Ma io reagisco subito e mi rimbocco le maniche... Perciò mi rivolgo a tutti voi e dico:


Sono disocupato, devo dare da mangiare a familia. Prego avere due euro? Grazie...

domenica 10 aprile 2005

1998


Pensava che il sesso lo avrebbe aiutato a scacciare la paura della morte... Pensava che ogni ragazza è diversa... Pensava che alla fine avrebbe trovato l'amore... Pensava che non sarebbe mai diventato vecchio... Pensava che un po' di quella polverina non gli avrebbe fatto male... Pensava che quello che contava veramente nella vita erano i suoi dischi e i suoi libri... Pensava che a sognare non si fa nulla di male... Pensava che prima o poi quel viaggio lo avrebbe fatto davvero... Pensava che tanto c'era sempre tempo... Pensava che lei non se ne sarebbe andata... Pensava... Pensava... Pensava...

1998


Pensava che il sesso lo avrebbe aiutato a scacciare la paura della morte... Pensava che ogni ragazza è diversa... Pensava che alla fine avrebbe trovato l'amore... Pensava che non sarebbe mai diventato vecchio... Pensava che un po' di quella polverina non gli avrebbe fatto male... Pensava che quello che contava veramente nella vita erano i suoi dischi e i suoi libri... Pensava che a sognare non si fa nulla di male... Pensava che prima o poi quel viaggio lo avrebbe fatto davvero... Pensava che tanto c'era sempre tempo... Pensava che lei non se ne sarebbe andata... Pensava... Pensava... Pensava...

giovedì 24 marzo 2005

Primavera

La ragazza scese dal sessantatre e si guardò intorno. Doveva essere alta sul metro e settanta, centimetro più, centimetro meno. Indossava un paio di jeans elasticizzati neri, una camicetta leggera dello stesso colore e un paio di scarpette coi tacchi, nere a pois bianchi. Aveva capelli lunghi e biondi, probabilmente naturali, non tinti. Sia i fianchi che i seni erano piuttosto, uh, ben delineati, se capite quello che intendo dire... Dalla mia posizione, non potevo vedere chiaramente se il viso fosse altrettanto bello che il corpo, ma i suoi lineamenti mi sembrarono abbastanza banali, nulla di speciale.


Restò a lungo in piedi sulla banchina, come se stesse aspettando qualcuno. Ogni tanto guardava l’orologio. Erano le nove e mezzo del mattino di una limpida giornata primaverile, e da quelle parti non c’era molto traffico. Lì, in collina, il caldo era arrivato prima che in città, mi sembrava quasi di essere in gita. Pensavo a come sarebbe stato bello alzarsi, attraversare la strada, e chiedere qualcosa, qualsiasi cosa, a quella ragazza. Verso le dieci, arrivò una macchina, la ragazza salì, e ben presto la persi dietro a una curva.


Rimasi per il resto della giornata su quella panchina, a guardare i sessantatre, i sessantasette e i tre passare, con la gente che saliva e scendeva, alzandomi solo un paio di volte per andare in un bar a prendere qualcosa da mangiare e usare il cesso. Quando arrivò la sera, il freddo si fece più intenso e alla fine decisi di andarmene. Mentre mi alzavo, pensai che la cosa più bella che mi era capitata in tutta la giornata era stata quella ragazza con i capelli biondi, vestita di nero.


Ovviamente, non la rividi mai più.

domenica 20 marzo 2005

Non sono sfigato, sono un artista!


Non ci avevo mai pensato, ma d'ora in poi quando mi accuseranno di essere gay o sfigato, anch'io risponderò così :-)


Il sito è: www.dieselsweeties.com, scoperto grazie a www.radiazionedifondo.com.

Non sono sfigato, sono un artista!


Non ci avevo mai pensato, ma d'ora in poi quando mi accuseranno di essere gay o sfigato, anch'io risponderò così :-)


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Non sono sfigato, sono un artista!


Non ci avevo mai pensato, ma d'ora in poi quando mi accuseranno di essere gay o sfigato, anch'io risponderò così :-)


Il sito è: www.dieselsweeties.com, scoperto grazie a www.radiazionedifondo.com.

lunedì 14 marzo 2005

Duecento miglia da casa

Con le mani intorno alla fiamma, per impedire al vento e al freddo di spegnerla. Poi, la punta della sigaretta brucia arancione, e aguzzo la vista nel buio per scorgere il panorama desolante. Una stazione di servizio. Chissadove. Il mio cappotto nero è pesante ma non tiene caldo. I capelli troppo corti, non tengono caldo. La birra che ho bevuto, non tiene caldo. Avvicino la punta della sigaretta alla mano. Tiene caldo. La avvicino ancora di più. Ho bisogno del caldo. Premo forte la sigaretta contro il palmo. Ho caldo. Ho male. La sigaretta si spegne.


Hawk ha i capelli più corti dei miei. Solo una striscia rosso fuoco in mezzo alla testa. Mi chiedo se si sente caldo, ad avvicinare la mano ai suoi capelli. Ma Hawk è molto incazzata, e il suo ragazzo pure, così non faccio menate. Hawk dice al suo ragazzo di prendermi a sberle, io non dico niente.


“Dagli un paio di sberle,” dice Hawk.


Non capisco perché il ragazzo di Hawk dovrebbe pigliarmi a sberle. Ma capisco che è molto più grande di me. Quasi tutti sono più grandi di me. Non dico alti (anche se in effetti non sono così alto), intendo più robusti. Il ragazzo di Hawk dice:


“Cazzo, guardalo, si è spento un’altra sigaretta sulla mano. Ora come fai a guidare, eh?”


“Sta di nuovo impasticcato,” dice Hawk.


Non sono impasticcato, vorrei risponderle. Vorrei risponderle:


Non sono impasticcato Hawk. Ho bevuto solo una birra, ma non mi ha fatto passare il freddo. Posso scaldarmi le mani tra i tuoi capelli color della fiamma, Hawk?


Vorrei chiederglielo. Guardo Hawk, guardo il suo ragazzo, ce l’hanno con me. Sono proprio incazzati.


“Cazzo, sei l’unico che può guidare, come facciamo ad arrivare in tempo, adesso?” dice il ragazzo di Hawk.


Siamo fuori dalla stazione di servizio, al freddo, con gli ultimi soldi ho comprato quella birra e il pacchetto di sigarette. La birra non mi ha scaldato, le sigarette fanno un po’ meglio. Soprattutto se me le avvicino molto alla pelle.


“Se ce la fai, possiamo partire ora,” dice Hawk, con un tono più dolce.


Guardo la macchina carica fino all’impossibile di strumenti, casse, amplificatori e sudici bagagli. Batto la sigaretta spenta sul dorso della mano. Chiudo le mani a coppa intorno all’accendino per preservare la fiamma. Tiro una boccata di fumo.


Perché stai con questo tipo?” vorrei chiedere a Hawk, “perché non mi lasci riscaldare nella tua fiamma?


Non dico niente, salgo in macchina. Le mani fanno male dove le ho bruciate con le sigarette quando le poggio sul volante. Ma ora fa un po’ più caldo.

Duecento miglia da casa

Con le mani intorno alla fiamma, per impedire al vento e al freddo di spegnerla. Poi, la punta della sigaretta brucia arancione, e aguzzo la vista nel buio per scorgere il panorama desolante. Una stazione di servizio. Chissadove. Il mio cappotto nero è pesante ma non tiene caldo. I capelli troppo corti, non tengono caldo. La birra che ho bevuto, non tiene caldo. Avvicino la punta della sigaretta alla mano. Tiene caldo. La avvicino ancora di più. Ho bisogno del caldo. Premo forte la sigaretta contro il palmo. Ho caldo. Ho male. La sigaretta si spegne.


Hawk ha i capelli più corti dei miei. Solo una striscia rosso fuoco in mezzo alla testa. Mi chiedo se si sente caldo, ad avvicinare la mano ai suoi capelli. Ma Hawk è molto incazzata, e il suo ragazzo pure, così non faccio menate. Hawk dice al suo ragazzo di prendermi a sberle, io non dico niente.


“Dagli un paio di sberle,” dice Hawk.


Non capisco perché il ragazzo di Hawk dovrebbe pigliarmi a sberle. Ma capisco che è molto più grande di me. Quasi tutti sono più grandi di me. Non dico alti (anche se in effetti non sono così alto), intendo più robusti. Il ragazzo di Hawk dice:


“Cazzo, guardalo, si è spento un’altra sigaretta sulla mano. Ora come fai a guidare, eh?”


“Sta di nuovo impasticcato,” dice Hawk.


Non sono impasticcato, vorrei risponderle. Vorrei risponderle:


Non sono impasticcato Hawk. Ho bevuto solo una birra, ma non mi ha fatto passare il freddo. Posso scaldarmi le mani tra i tuoi capelli color della fiamma, Hawk?


Vorrei chiederglielo. Guardo Hawk, guardo il suo ragazzo, ce l’hanno con me. Sono proprio incazzati.


“Cazzo, sei l’unico che può guidare, come facciamo ad arrivare in tempo, adesso?” dice il ragazzo di Hawk.


Siamo fuori dalla stazione di servizio, al freddo, con gli ultimi soldi ho comprato quella birra e il pacchetto di sigarette. La birra non mi ha scaldato, le sigarette fanno un po’ meglio. Soprattutto se me le avvicino molto alla pelle.


“Se ce la fai, possiamo partire ora,” dice Hawk, con un tono più dolce.


Guardo la macchina carica fino all’impossibile di strumenti, casse, amplificatori e sudici bagagli. Batto la sigaretta spenta sul dorso della mano. Chiudo le mani a coppa intorno all’accendino per preservare la fiamma. Tiro una boccata di fumo.


Perché stai con questo tipo?” vorrei chiedere a Hawk, “perché non mi lasci riscaldare nella tua fiamma?


Non dico niente, salgo in macchina. Le mani fanno male dove le ho bruciate con le sigarette quando le poggio sul volante. Ma ora fa un po’ più caldo.

Duecento miglia da casa

Con le mani intorno alla fiamma, per impedire al vento e al freddo di spegnerla. Poi, la punta della sigaretta brucia arancione, e aguzzo la vista nel buio per scorgere il panorama desolante. Una stazione di servizio. Chissadove. Il mio cappotto nero è pesante ma non tiene caldo. I capelli troppo corti, non tengono caldo. La birra che ho bevuto, non tiene caldo. Avvicino la punta della sigaretta alla mano. Tiene caldo. La avvicino ancora di più. Ho bisogno del caldo. Premo forte la sigaretta contro il palmo. Ho caldo. Ho male. La sigaretta si spegne.


Hawk ha i capelli più corti dei miei. Solo una striscia rosso fuoco in mezzo alla testa. Mi chiedo se si sente caldo, ad avvicinare la mano ai suoi capelli. Ma Hawk è molto incazzata, e il suo ragazzo pure, così non faccio menate. Hawk dice al suo ragazzo di prendermi a sberle, io non dico niente.


“Dagli un paio di sberle,” dice Hawk.


Non capisco perché il ragazzo di Hawk dovrebbe pigliarmi a sberle. Ma capisco che è molto più grande di me. Quasi tutti sono più grandi di me. Non dico alti (anche se in effetti non sono così alto), intendo più robusti. Il ragazzo di Hawk dice:


“Cazzo, guardalo, si è spento un’altra sigaretta sulla mano. Ora come fai a guidare, eh?”


“Sta di nuovo impasticcato,” dice Hawk.


Non sono impasticcato, vorrei risponderle. Vorrei risponderle:


Non sono impasticcato Hawk. Ho bevuto solo una birra, ma non mi ha fatto passare il freddo. Posso scaldarmi le mani tra i tuoi capelli color della fiamma, Hawk?


Vorrei chiederglielo. Guardo Hawk, guardo il suo ragazzo, ce l’hanno con me. Sono proprio incazzati.


“Cazzo, sei l’unico che può guidare, come facciamo ad arrivare in tempo, adesso?” dice il ragazzo di Hawk.


Siamo fuori dalla stazione di servizio, al freddo, con gli ultimi soldi ho comprato quella birra e il pacchetto di sigarette. La birra non mi ha scaldato, le sigarette fanno un po’ meglio. Soprattutto se me le avvicino molto alla pelle.


“Se ce la fai, possiamo partire ora,” dice Hawk, con un tono più dolce.


Guardo la macchina carica fino all’impossibile di strumenti, casse, amplificatori e sudici bagagli. Batto la sigaretta spenta sul dorso della mano. Chiudo le mani a coppa intorno all’accendino per preservare la fiamma. Tiro una boccata di fumo.


Perché stai con questo tipo?” vorrei chiedere a Hawk, “perché non mi lasci riscaldare nella tua fiamma?


Non dico niente, salgo in macchina. Le mani fanno male dove le ho bruciate con le sigarette quando le poggio sul volante. Ma ora fa un po’ più caldo.

sabato 12 marzo 2005

Cugina bionda


Ho questo bicchiere d’aranciata in mano, e probabilmente mi dà un’aria ancora più stupida. Una cugina bionda (penso che sia una cugina, ma non so chi me l’ha detto, o da dove traggo questa convinzione) si avvicina, e mi dice:


“Tu fai giurisprudenza, vero? Me lo ha detto tua madre.”


Guardo in direzione di mia madre, in piedi in mezzo ad altri parenti. Ricambia lo sguardo con aria severa, anche se non sto facendo nulla di male. C’è un sacco di gente, l’atmosfera è quella solita delle riunioni di famiglia in occasione di qualche evento particolare, in questo caso matrimonio (di un’altra cugina, non quella bionda che ora mi rivolge la parola). Rispondo qualcosa. Lei sorride.


“Anch’io vorrei iscrivermi…”


Inizia una conversazione in cui si capisce che la cugina bionda ha voglia di attaccare bottone e io no. O che forse sono solo troppo imbarazzato, e assente, per mettermi a fare pubbliche relazioni.


“Cosa bevi?” chiede a un certo punto.


Guardo il bicchiere di aranciata.


“Aranciata,” rispondo.


“A un matrimonio? Perché non prendi un bicchiere di spumante?”


Mi hanno costretto a mettere il vestito della festa, giro la testa da una parte, impacciato. Cerco una spiegazione plausibile.


Le dico:


“Non bevo.” Non più.


“Mi piacciono i riflessi dei tuoi capelli, sono viola?”


“Blu,” rispondo io, allarmato. Si vedono ancora? E’ per questo che fin dall’inizio ho la sensazione che tutti mi stiano fissando?


Non dico più nulla, restiamo lì imbarazzati. La cugina bionda borbotta qualcosa a proposito del buffet e si allontana.


Ho quest’impressione, che mentre me ne sto qui, in questo pomeriggio sprecato, qualcuno, da qualche altra parte, mi sta pensando. E’ una sensazione ridicola, e dentro di me, me ne vergogno. Potrei accontentarmi, in fondo qui non è poi così male.


Poso il bicchiere d’aranciata, vado fino al limitare del prato all’inglese, mi siedo su una sdraio. L’aria è tiepida, come solo in primavera. Mi scaldo le ossa, ripenso a un campo da tennis in un paese sperduto del Galles, a una casa che adesso è bruciata, ad alcune persone che ho lasciato indietro. Ogni tanto mi riscuoto e guardo la gente che mangia, parla, beve.


Ma non riesco a restare presente per troppo tempo. No, non per molto.


Cugina bionda


Ho questo bicchiere d’aranciata in mano, e probabilmente mi dà un’aria ancora più stupida. Una cugina bionda (penso che sia una cugina, ma non so chi me l’ha detto, o da dove traggo questa convinzione) si avvicina, e mi dice:


“Tu fai giurisprudenza, vero? Me lo ha detto tua madre.”


Guardo in direzione di mia madre, in piedi in mezzo ad altri parenti. Ricambia lo sguardo con aria severa, anche se non sto facendo nulla di male. C’è un sacco di gente, l’atmosfera è quella solita delle riunioni di famiglia in occasione di qualche evento particolare, in questo caso matrimonio (di un’altra cugina, non quella bionda che ora mi rivolge la parola). Rispondo qualcosa. Lei sorride.


“Anch’io vorrei iscrivermi…”


Inizia una conversazione in cui si capisce che la cugina bionda ha voglia di attaccare bottone e io no. O che forse sono solo troppo imbarazzato, e assente, per mettermi a fare pubbliche relazioni.


“Cosa bevi?” chiede a un certo punto.


Guardo il bicchiere di aranciata.


“Aranciata,” rispondo.


“A un matrimonio? Perché non prendi un bicchiere di spumante?”


Mi hanno costretto a mettere il vestito della festa, giro la testa da una parte, impacciato. Cerco una spiegazione plausibile.


Le dico:


“Non bevo.” Non più.


“Mi piacciono i riflessi dei tuoi capelli, sono viola?”


“Blu,” rispondo io, allarmato. Si vedono ancora? E’ per questo che fin dall’inizio ho la sensazione che tutti mi stiano fissando?


Non dico più nulla, restiamo lì imbarazzati. La cugina bionda borbotta qualcosa a proposito del buffet e si allontana.


Ho quest’impressione, che mentre me ne sto qui, in questo pomeriggio sprecato, qualcuno, da qualche altra parte, mi sta pensando. E’ una sensazione ridicola, e dentro di me, me ne vergogno. Potrei accontentarmi, in fondo qui non è poi così male.


Poso il bicchiere d’aranciata, vado fino al limitare del prato all’inglese, mi siedo su una sdraio. L’aria è tiepida, come solo in primavera. Mi scaldo le ossa, ripenso a un campo da tennis in un paese sperduto del Galles, a una casa che adesso è bruciata, ad alcune persone che ho lasciato indietro. Ogni tanto mi riscuoto e guardo la gente che mangia, parla, beve.


Ma non riesco a restare presente per troppo tempo. No, non per molto.


Cugina bionda


Ho questo bicchiere d’aranciata in mano, e probabilmente mi dà un’aria ancora più stupida. Una cugina bionda (penso che sia una cugina, ma non so chi me l’ha detto, o da dove traggo questa convinzione) si avvicina, e mi dice:


“Tu fai giurisprudenza, vero? Me lo ha detto tua madre.”


Guardo in direzione di mia madre, in piedi in mezzo ad altri parenti. Ricambia lo sguardo con aria severa, anche se non sto facendo nulla di male. C’è un sacco di gente, l’atmosfera è quella solita delle riunioni di famiglia in occasione di qualche evento particolare, in questo caso matrimonio (di un’altra cugina, non quella bionda che ora mi rivolge la parola). Rispondo qualcosa. Lei sorride.


“Anch’io vorrei iscrivermi…”


Inizia una conversazione in cui si capisce che la cugina bionda ha voglia di attaccare bottone e io no. O che forse sono solo troppo imbarazzato, e assente, per mettermi a fare pubbliche relazioni.


“Cosa bevi?” chiede a un certo punto.


Guardo il bicchiere di aranciata.


“Aranciata,” rispondo.


“A un matrimonio? Perché non prendi un bicchiere di spumante?”


Mi hanno costretto a mettere il vestito della festa, giro la testa da una parte, impacciato. Cerco una spiegazione plausibile.


Le dico:


“Non bevo.” Non più.


“Mi piacciono i riflessi dei tuoi capelli, sono viola?”


“Blu,” rispondo io, allarmato. Si vedono ancora? E’ per questo che fin dall’inizio ho la sensazione che tutti mi stiano fissando?


Non dico più nulla, restiamo lì imbarazzati. La cugina bionda borbotta qualcosa a proposito del buffet e si allontana.


Ho quest’impressione, che mentre me ne sto qui, in questo pomeriggio sprecato, qualcuno, da qualche altra parte, mi sta pensando. E’ una sensazione ridicola, e dentro di me, me ne vergogno. Potrei accontentarmi, in fondo qui non è poi così male.


Poso il bicchiere d’aranciata, vado fino al limitare del prato all’inglese, mi siedo su una sdraio. L’aria è tiepida, come solo in primavera. Mi scaldo le ossa, ripenso a un campo da tennis in un paese sperduto del Galles, a una casa che adesso è bruciata, ad alcune persone che ho lasciato indietro. Ogni tanto mi riscuoto e guardo la gente che mangia, parla, beve.


Ma non riesco a restare presente per troppo tempo. No, non per molto.


sabato 19 febbraio 2005

Tutte le loro guerre erano allegre, tutte le loro canzoni erano tristi.

Solo canzoni d'amore, questa settimana su Macchinasoffice. E così mi sono conformato anch'io allo zeitgeist. Ma solo canzoni tristi. Perché l'amore è una roba che ti mette tra l'incudine e il martello, che ti fa perdere i sonni, che ti costringe sempre a ferire qualcuno.


Eppure, come scriveva Neruda, "muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti".


E se bisogna errare, allora sbaglieremo in due.


Tutte le loro guerre erano allegre, tutte le loro canzoni erano tristi.

Solo canzoni d'amore, questa settimana su Macchinasoffice. E così mi sono conformato anch'io allo zeitgeist. Ma solo canzoni tristi. Perché l'amore è una roba che ti mette tra l'incudine e il martello, che ti fa perdere i sonni, che ti costringe sempre a ferire qualcuno.


Eppure, come scriveva Neruda, "muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti".


E se bisogna errare, allora sbaglieremo in due.