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mercoledì 16 marzo 2005

Una scimmia in paradiso

La primavera è arrivata in anticipo. Arriva in anticipo quasi tutti gli anni. Non posso dire che mi dispiaccia, è l'unico momento dell'anno che mi piace, ormai.


Me ne sto sul balcone del mio cubicolo a prendere il fresco e guardo il glorioso tramonto. Sopra il Muro, il cielo sta diventando lentamente nero, sotto c'è ancora una striscia arancione che ricorda una strada polverosa.


Oggi al lavoro la nuova ragazza mi guardava con un'aria strana. Non era scherno o disprezzo. Piuttosto, il rispetto dei giovani per gli anziani, quel rispetto che sembra dire: "o.k., hai fatto il tuo tempo, adesso lascia che mi diverta un po' anch'io".


Non avrà più di ventidue, ventitre anni. L'altro giorno parlavo con una sua coetanea, e non sapeva neppure chi è David Bowie. Quando me lo ha detto, ho smesso di sparare cazzate, ho guardato nei suoi occhi verdi e ci ho visto la verità. Ho capito che ormai esiste un'intera generazione di persone adulte che non sanno un cazzo del mondo in cui sono nato e cresciuto. Posso parlare con loro, lavorare con loro, andare a letto con loro, ma tra di noi ci sarà sempre una barriera più alta di quel fottuto muro bianco là fuori.


E dire che Bowie ci ha passato un sacco di tempo in questa città, lui, Lou Reed, Nico e i Velvet, i Beatles iniziarono persino a suonare in questa dannata nazione. A quei tempi il Muro era solo un agglomerato di mattoni sporchi in mezzo alla terra di nessuno, ma ci deve pur essere qualcuno che ricorda ancora.


Sono troppo vecchio, è vero. E se la nuova ragazza vuole il lavoro, può anche prenderselo. Magari prima la porto a letto, però.

Una scimmia in paradiso

La primavera è arrivata in anticipo. Arriva in anticipo quasi tutti gli anni. Non posso dire che mi dispiaccia, è l'unico momento dell'anno che mi piace, ormai.


Me ne sto sul balcone del mio cubicolo a prendere il fresco e guardo il glorioso tramonto. Sopra il Muro, il cielo sta diventando lentamente nero, sotto c'è ancora una striscia arancione che ricorda una strada polverosa.


Oggi al lavoro la nuova ragazza mi guardava con un'aria strana. Non era scherno o disprezzo. Piuttosto, il rispetto dei giovani per gli anziani, quel rispetto che sembra dire: "o.k., hai fatto il tuo tempo, adesso lascia che mi diverta un po' anch'io".


Non avrà più di ventidue, ventitre anni. L'altro giorno parlavo con una sua coetanea, e non sapeva neppure chi è David Bowie. Quando me lo ha detto, ho smesso di sparare cazzate, ho guardato nei suoi occhi verdi e ci ho visto la verità. Ho capito che ormai esiste un'intera generazione di persone adulte che non sanno un cazzo del mondo in cui sono nato e cresciuto. Posso parlare con loro, lavorare con loro, andare a letto con loro, ma tra di noi ci sarà sempre una barriera più alta di quel fottuto muro bianco là fuori.


E dire che Bowie ci ha passato un sacco di tempo in questa città, lui, Lou Reed, Nico e i Velvet, i Beatles iniziarono persino a suonare in questa dannata nazione. A quei tempi il Muro era solo un agglomerato di mattoni sporchi in mezzo alla terra di nessuno, ma ci deve pur essere qualcuno che ricorda ancora.


Sono troppo vecchio, è vero. E se la nuova ragazza vuole il lavoro, può anche prenderselo. Magari prima la porto a letto, però.

Una scimmia in paradiso

La primavera è arrivata in anticipo. Arriva in anticipo quasi tutti gli anni. Non posso dire che mi dispiaccia, è l'unico momento dell'anno che mi piace, ormai.


Me ne sto sul balcone del mio cubicolo a prendere il fresco e guardo il glorioso tramonto. Sopra il Muro, il cielo sta diventando lentamente nero, sotto c'è ancora una striscia arancione che ricorda una strada polverosa.


Oggi al lavoro la nuova ragazza mi guardava con un'aria strana. Non era scherno o disprezzo. Piuttosto, il rispetto dei giovani per gli anziani, quel rispetto che sembra dire: "o.k., hai fatto il tuo tempo, adesso lascia che mi diverta un po' anch'io".


Non avrà più di ventidue, ventitre anni. L'altro giorno parlavo con una sua coetanea, e non sapeva neppure chi è David Bowie. Quando me lo ha detto, ho smesso di sparare cazzate, ho guardato nei suoi occhi verdi e ci ho visto la verità. Ho capito che ormai esiste un'intera generazione di persone adulte che non sanno un cazzo del mondo in cui sono nato e cresciuto. Posso parlare con loro, lavorare con loro, andare a letto con loro, ma tra di noi ci sarà sempre una barriera più alta di quel fottuto muro bianco là fuori.


E dire che Bowie ci ha passato un sacco di tempo in questa città, lui, Lou Reed, Nico e i Velvet, i Beatles iniziarono persino a suonare in questa dannata nazione. A quei tempi il Muro era solo un agglomerato di mattoni sporchi in mezzo alla terra di nessuno, ma ci deve pur essere qualcuno che ricorda ancora.


Sono troppo vecchio, è vero. E se la nuova ragazza vuole il lavoro, può anche prenderselo. Magari prima la porto a letto, però.

martedì 8 febbraio 2005

Una scimmia in paradiso

L'automobile scivolava con tale facilità sull'asfalto nero e liscio che si sarebbe detta un essere vivente. Il suo motore ronfava come un gatto che fa le fusa. Fuori dal parabrezza, insieme a lei scivolavano i lampioni e i cartelli stradali. Le alte facciate dei grattacieli si riflettevano sul cristallo e sull'acciaio cromato.


"Avrei bisogno di una vacanza", dissi, giusto per spezzare il silenzio.


"Da cosa?" mi chiese Laura, senza staccare gli occhi dalla strada.


Premetti il naso contro il vetro e guardai fuori. Giusto, da cosa? Quello era il paradiso, non c'era bisogno di andare in altri posti. Il fatto che io fossi uno straniero, per loro non contava. Mi mandavano qui e là a fare il loro strano lavoro, come una scimmia ammaestrata. E se mi andava bene, una volta o l'altra me l'avrebbero anche fatto portare a termine, quel lavoro.


"L'altra settimana abbiamo dovuto vaporizzare una squadra."


Se si aspettava che le concedessi un'occhiata allibita, rimase delusa. Lo sapevamo tutti: quei poveracci si erano incasinati di brutto e loro avevano tirato una tattica per cancellare ogni traccia.


"Una vacanza...", ripetei oziosamente, tracciando il mio nome sul cristallo con un dito.


Laura non mi stavo ascoltando. Nei suoi occhi, la città pareva riflettersi in minuscoli infiniti frattali.

Una scimmia in paradiso

L'automobile scivolava con tale facilità sull'asfalto nero e liscio che si sarebbe detta un essere vivente. Il suo motore ronfava come un gatto che fa le fusa. Fuori dal parabrezza, insieme a lei scivolavano i lampioni e i cartelli stradali. Le alte facciate dei grattacieli si riflettevano sul cristallo e sull'acciaio cromato.


"Avrei bisogno di una vacanza", dissi, giusto per spezzare il silenzio.


"Da cosa?" mi chiese Laura, senza staccare gli occhi dalla strada.


Premetti il naso contro il vetro e guardai fuori. Giusto, da cosa? Quello era il paradiso, non c'era bisogno di andare in altri posti. Il fatto che io fossi uno straniero, per loro non contava. Mi mandavano qui e là a fare il loro strano lavoro, come una scimmia ammaestrata. E se mi andava bene, una volta o l'altra me l'avrebbero anche fatto portare a termine, quel lavoro.


"L'altra settimana abbiamo dovuto vaporizzare una squadra."


Se si aspettava che le concedessi un'occhiata allibita, rimase delusa. Lo sapevamo tutti: quei poveracci si erano incasinati di brutto e loro avevano tirato una tattica per cancellare ogni traccia.


"Una vacanza...", ripetei oziosamente, tracciando il mio nome sul cristallo con un dito.


Laura non mi stavo ascoltando. Nei suoi occhi, la città pareva riflettersi in minuscoli infiniti frattali.

Una scimmia in paradiso

L'automobile scivolava con tale facilità sull'asfalto nero e liscio che si sarebbe detta un essere vivente. Il suo motore ronfava come un gatto che fa le fusa. Fuori dal parabrezza, insieme a lei scivolavano i lampioni e i cartelli stradali. Le alte facciate dei grattacieli si riflettevano sul cristallo e sull'acciaio cromato.


"Avrei bisogno di una vacanza", dissi, giusto per spezzare il silenzio.


"Da cosa?" mi chiese Laura, senza staccare gli occhi dalla strada.


Premetti il naso contro il vetro e guardai fuori. Giusto, da cosa? Quello era il paradiso, non c'era bisogno di andare in altri posti. Il fatto che io fossi uno straniero, per loro non contava. Mi mandavano qui e là a fare il loro strano lavoro, come una scimmia ammaestrata. E se mi andava bene, una volta o l'altra me l'avrebbero anche fatto portare a termine, quel lavoro.


"L'altra settimana abbiamo dovuto vaporizzare una squadra."


Se si aspettava che le concedessi un'occhiata allibita, rimase delusa. Lo sapevamo tutti: quei poveracci si erano incasinati di brutto e loro avevano tirato una tattica per cancellare ogni traccia.


"Una vacanza...", ripetei oziosamente, tracciando il mio nome sul cristallo con un dito.


Laura non mi stavo ascoltando. Nei suoi occhi, la città pareva riflettersi in minuscoli infiniti frattali.

mercoledì 2 febbraio 2005

Una scimmia in paradiso

Il sole era un disco color sangue e ammaccato che saliva a oriente, inondando tutto di luce rossa. Sulla striscia aranciata dell'orizzonte, si scorgevano le scie bianche dei velivoli ad alta quota, e il bagliore metallico di quelli in fase di atterraggio o decollo. Osservavo tutto questo cercando di imprimermelo bene in mente, ma sapevo che di lì a poche ore le impressioni avrebbero lasciato spazio a una pallida eco.


La missione era stata annullata, ancora una volta. La squadra era arrivata puntuale (a dir la verità qualche minuto in anticipo), aveva installato l'equipaggiamento, poi ci eravamo messi ad aspettare. Dentro di me mi dicevo che questa volta ci avrebbero lasciato portare a termine il lavoro, ma dopo poco era arrivata la chiamata dalla base: reimpacchettate tutto e tornate indietro. Sentii i grugniti di disappunto di Vance e la risatina nervosa di Kyle. Ridere o mugugnare non serviva a granché, perciò io non dissi nulla. Tanto sapevo che a fine mese l'accredito in banca sarebbe stato lo stesso, che il lavoro lo portassimo a termine o no.


Essere pagato per non lavorare, per starmene a guardare le albe e i tramonti delle zone industriali di questa terra. Era una situazione strana, ma finché durava per me andava bene. Mi chiedevo soltanto quanto a lungo ancora sarebbe durata.


Una scimmia in paradiso

Il sole era un disco color sangue e ammaccato che saliva a oriente, inondando tutto di luce rossa. Sulla striscia aranciata dell'orizzonte, si scorgevano le scie bianche dei velivoli ad alta quota, e il bagliore metallico di quelli in fase di atterraggio o decollo. Osservavo tutto questo cercando di imprimermelo bene in mente, ma sapevo che di lì a poche ore le impressioni avrebbero lasciato spazio a una pallida eco.


La missione era stata annullata, ancora una volta. La squadra era arrivata puntuale (a dir la verità qualche minuto in anticipo), aveva installato l'equipaggiamento, poi ci eravamo messi ad aspettare. Dentro di me mi dicevo che questa volta ci avrebbero lasciato portare a termine il lavoro, ma dopo poco era arrivata la chiamata dalla base: reimpacchettate tutto e tornate indietro. Sentii i grugniti di disappunto di Vance e la risatina nervosa di Kyle. Ridere o mugugnare non serviva a granché, perciò io non dissi nulla. Tanto sapevo che a fine mese l'accredito in banca sarebbe stato lo stesso, che il lavoro lo portassimo a termine o no.


Essere pagato per non lavorare, per starmene a guardare le albe e i tramonti delle zone industriali di questa terra. Era una situazione strana, ma finché durava per me andava bene. Mi chiedevo soltanto quanto a lungo ancora sarebbe durata.


Una scimmia in paradiso

Il sole era un disco color sangue e ammaccato che saliva a oriente, inondando tutto di luce rossa. Sulla striscia aranciata dell'orizzonte, si scorgevano le scie bianche dei velivoli ad alta quota, e il bagliore metallico di quelli in fase di atterraggio o decollo. Osservavo tutto questo cercando di imprimermelo bene in mente, ma sapevo che di lì a poche ore le impressioni avrebbero lasciato spazio a una pallida eco.


La missione era stata annullata, ancora una volta. La squadra era arrivata puntuale (a dir la verità qualche minuto in anticipo), aveva installato l'equipaggiamento, poi ci eravamo messi ad aspettare. Dentro di me mi dicevo che questa volta ci avrebbero lasciato portare a termine il lavoro, ma dopo poco era arrivata la chiamata dalla base: reimpacchettate tutto e tornate indietro. Sentii i grugniti di disappunto di Vance e la risatina nervosa di Kyle. Ridere o mugugnare non serviva a granché, perciò io non dissi nulla. Tanto sapevo che a fine mese l'accredito in banca sarebbe stato lo stesso, che il lavoro lo portassimo a termine o no.


Essere pagato per non lavorare, per starmene a guardare le albe e i tramonti delle zone industriali di questa terra. Era una situazione strana, ma finché durava per me andava bene. Mi chiedevo soltanto quanto a lungo ancora sarebbe durata.