venerdì 28 gennaio 2005

Train views

 


Rifacendomi alle tipologie di narratori identificate da Leskov, io sono sicuramente un "contadino" o sedentario. Uno che ha fatto un solo viaggio in tutta la sua vita, e continuerà sempre a parlarne. Quando devo spostarmi, mi piace ricrearmi uno spazio che chiamo "casa". Apro il libro, accendo il lettore MP3, e guardo il panorama scorrere dal finestrino come in un video dei Chemical Brothers. Il fascino dei viaggi, per me, sta nel restare fermo.

Train views

 


Rifacendomi alle tipologie di narratori identificate da Leskov, io sono sicuramente un "contadino" o sedentario. Uno che ha fatto un solo viaggio in tutta la sua vita, e continuerà sempre a parlarne. Quando devo spostarmi, mi piace ricrearmi uno spazio che chiamo "casa". Apro il libro, accendo il lettore MP3, e guardo il panorama scorrere dal finestrino come in un video dei Chemical Brothers. Il fascino dei viaggi, per me, sta nel restare fermo.

Train views

 


Rifacendomi alle tipologie di narratori identificate da Leskov, io sono sicuramente un "contadino" o sedentario. Uno che ha fatto un solo viaggio in tutta la sua vita, e continuerà sempre a parlarne. Quando devo spostarmi, mi piace ricrearmi uno spazio che chiamo "casa". Apro il libro, accendo il lettore MP3, e guardo il panorama scorrere dal finestrino come in un video dei Chemical Brothers. Il fascino dei viaggi, per me, sta nel restare fermo.

domenica 23 gennaio 2005

A quiet town where life gives in

Le domeniche pomeriggio di venti anni fa, passate nella mia camera a leggere e ascoltare i Japan o gli Smiths. Domani ricominceranno le lezioni, e già mi prende quello strano groppo alla gola. La domenica pomeriggio non c'è mai un cazzo da fare, solo guardare gli alberi scheletrici fuori dalla finestra, con il paesaggio suburbano grigio e  congelato a fare da cornice. L'adolescenza è una gabbia, non riesci a venirne fuori, e non hanno ancora inventato i personal computer, internet, i telefonini cellulari, non c'è modo di comunicare con nessuno.


Giro e rigiro la stessa vecchia C-60 nello stereo. Sul lato A ci sono i Cure (ti ho chiamata dopo mezzanotte, poi ho corso fino a scoppiare... abbiamo camminato intorno al lago, ci siamo svegliati sotto la pioggia e tutti si sono agitati nel sonno, disturbati ancora una volta nei loro sogni), sul lato B Madonna e gli U2.


Più tardi, la puntina graffia i solchi, sono di nuovo qui, solo, in una tranquilla cittadina dove la vita si è arresa, sono di nuovo qui e mi chiedo dove va il portiere di notte, dove finisce quando scivola via. Sono le cinque del pomeriggio, il buio è già sceso, domani mattina ricomincia la scuola.

A quiet town where life gives in

Le domeniche pomeriggio di venti anni fa, passate nella mia camera a leggere e ascoltare i Japan o gli Smiths. Domani ricominceranno le lezioni, e già mi prende quello strano groppo alla gola. La domenica pomeriggio non c'è mai un cazzo da fare, solo guardare gli alberi scheletrici fuori dalla finestra, con il paesaggio suburbano grigio e  congelato a fare da cornice. L'adolescenza è una gabbia, non riesci a venirne fuori, e non hanno ancora inventato i personal computer, internet, i telefonini cellulari, non c'è modo di comunicare con nessuno.


Giro e rigiro la stessa vecchia C-60 nello stereo. Sul lato A ci sono i Cure (ti ho chiamata dopo mezzanotte, poi ho corso fino a scoppiare... abbiamo camminato intorno al lago, ci siamo svegliati sotto la pioggia e tutti si sono agitati nel sonno, disturbati ancora una volta nei loro sogni), sul lato B Madonna e gli U2.


Più tardi, la puntina graffia i solchi, sono di nuovo qui, solo, in una tranquilla cittadina dove la vita si è arresa, sono di nuovo qui e mi chiedo dove va il portiere di notte, dove finisce quando scivola via. Sono le cinque del pomeriggio, il buio è già sceso, domani mattina ricomincia la scuola.

A quiet town where life gives in

Le domeniche pomeriggio di venti anni fa, passate nella mia camera a leggere e ascoltare i Japan o gli Smiths. Domani ricominceranno le lezioni, e già mi prende quello strano groppo alla gola. La domenica pomeriggio non c'è mai un cazzo da fare, solo guardare gli alberi scheletrici fuori dalla finestra, con il paesaggio suburbano grigio e  congelato a fare da cornice. L'adolescenza è una gabbia, non riesci a venirne fuori, e non hanno ancora inventato i personal computer, internet, i telefonini cellulari, non c'è modo di comunicare con nessuno.


Giro e rigiro la stessa vecchia C-60 nello stereo. Sul lato A ci sono i Cure (ti ho chiamata dopo mezzanotte, poi ho corso fino a scoppiare... abbiamo camminato intorno al lago, ci siamo svegliati sotto la pioggia e tutti si sono agitati nel sonno, disturbati ancora una volta nei loro sogni), sul lato B Madonna e gli U2.


Più tardi, la puntina graffia i solchi, sono di nuovo qui, solo, in una tranquilla cittadina dove la vita si è arresa, sono di nuovo qui e mi chiedo dove va il portiere di notte, dove finisce quando scivola via. Sono le cinque del pomeriggio, il buio è già sceso, domani mattina ricomincia la scuola.

giovedì 20 gennaio 2005

Metropolis


Ho sognato una città su cui non scendeva mai la notte. Una città fatta di torri bianche di vetro e acciaio. Centinaia di riflettori puntavano i loro fasci verso il cielo in cui si libravano aeronavi immense e aggraziate, talmente belle da non poter fare a meno di sollevare lo sguardo ogni volta che passavano, ammirati, in estatica osservazione del loro volo leggero.


Ho sognato di uomini e donne bellissimi, vestiti come in una rievocazione degli anni ’30 di Gropius o Lloyd Wright. Strade lastricate di marmo e orgogliosi monumenti allo spirito d’intraprendenza del genere umano. Ali volanti che solcavano la stratosfera spinte da decine di motori lucidi e ronzanti, con enormi vetrate attraverso cui si intravedevano palestre, sale da ballo, lussuosi ristoranti.


Ho sognato il futuro come avrebbe potuto essere, un’utopia totalitaria di ubermensch strappati all’immaginazione di un Albert Speer, viali immensi inneggianti alla gloria di uomini pazzi che hanno tentato di diventare dei.


Ho sognato un milione di volti scrutare il cielo all’unisono, fiduciosi, illuminati dalla luce calda della speranza e della follia. Sono entrato in questo nuovo mondo e non ero più solo. Penso fosse la prima volta. E al risveglio, stringendo un pugno di polvere nella mano sporca, gli abiti a brandelli, ho cominciato a piangere.


Chi... sono... io?




P.S. Questa è la ristampa di un vecchio post che scrissi su Filmsdemavie. Ora che ho la possibilità di farvelo leggere accompagnato dalla canzone che lo ispirò, non ho resistito alla tentazione. Per cui, se non avete un PC munito di casse, procuratevele, e ascoltate questo capolavoro della musica elettronica. Vi farà bene alla vita.