
Ho sognato una città su cui non scendeva mai la notte. Una città fatta di torri bianche di vetro e acciaio. Centinaia di riflettori puntavano i loro fasci verso il cielo in cui si libravano aeronavi immense e aggraziate, talmente belle da non poter fare a meno di sollevare lo sguardo ogni volta che passavano, ammirati, in estatica osservazione del loro volo leggero.
Ho sognato di uomini e donne bellissimi, vestiti come in una rievocazione degli anni ’30 di Gropius o Lloyd Wright. Strade lastricate di marmo e orgogliosi monumenti allo spirito d’intraprendenza del genere umano. Ali volanti che solcavano la stratosfera spinte da decine di motori lucidi e ronzanti, con enormi vetrate attraverso cui si intravedevano palestre, sale da ballo, lussuosi ristoranti.
Ho sognato il futuro come avrebbe potuto essere, un’utopia totalitaria di ubermensch strappati all’immaginazione di un Albert Speer, viali immensi inneggianti alla gloria di uomini pazzi che hanno tentato di diventare dei.
Ho sognato un milione di volti scrutare il cielo all’unisono, fiduciosi, illuminati dalla luce calda della speranza e della follia. Sono entrato in questo nuovo mondo e non ero più solo. Penso fosse la prima volta. E al risveglio, stringendo un pugno di polvere nella mano sporca, gli abiti a brandelli, ho cominciato a piangere.
Chi... sono... io?
P.S. Questa è la ristampa di un vecchio post che scrissi su Filmsdemavie. Ora che ho la possibilità di farvelo leggere accompagnato dalla canzone che lo ispirò, non ho resistito alla tentazione. Per cui, se non avete un PC munito di casse, procuratevele, e ascoltate questo capolavoro della musica elettronica. Vi farà bene alla vita.