mercoledì 2 febbraio 2005

Una scimmia in paradiso

Il sole era un disco color sangue e ammaccato che saliva a oriente, inondando tutto di luce rossa. Sulla striscia aranciata dell'orizzonte, si scorgevano le scie bianche dei velivoli ad alta quota, e il bagliore metallico di quelli in fase di atterraggio o decollo. Osservavo tutto questo cercando di imprimermelo bene in mente, ma sapevo che di lì a poche ore le impressioni avrebbero lasciato spazio a una pallida eco.


La missione era stata annullata, ancora una volta. La squadra era arrivata puntuale (a dir la verità qualche minuto in anticipo), aveva installato l'equipaggiamento, poi ci eravamo messi ad aspettare. Dentro di me mi dicevo che questa volta ci avrebbero lasciato portare a termine il lavoro, ma dopo poco era arrivata la chiamata dalla base: reimpacchettate tutto e tornate indietro. Sentii i grugniti di disappunto di Vance e la risatina nervosa di Kyle. Ridere o mugugnare non serviva a granché, perciò io non dissi nulla. Tanto sapevo che a fine mese l'accredito in banca sarebbe stato lo stesso, che il lavoro lo portassimo a termine o no.


Essere pagato per non lavorare, per starmene a guardare le albe e i tramonti delle zone industriali di questa terra. Era una situazione strana, ma finché durava per me andava bene. Mi chiedevo soltanto quanto a lungo ancora sarebbe durata.


Una scimmia in paradiso

Il sole era un disco color sangue e ammaccato che saliva a oriente, inondando tutto di luce rossa. Sulla striscia aranciata dell'orizzonte, si scorgevano le scie bianche dei velivoli ad alta quota, e il bagliore metallico di quelli in fase di atterraggio o decollo. Osservavo tutto questo cercando di imprimermelo bene in mente, ma sapevo che di lì a poche ore le impressioni avrebbero lasciato spazio a una pallida eco.


La missione era stata annullata, ancora una volta. La squadra era arrivata puntuale (a dir la verità qualche minuto in anticipo), aveva installato l'equipaggiamento, poi ci eravamo messi ad aspettare. Dentro di me mi dicevo che questa volta ci avrebbero lasciato portare a termine il lavoro, ma dopo poco era arrivata la chiamata dalla base: reimpacchettate tutto e tornate indietro. Sentii i grugniti di disappunto di Vance e la risatina nervosa di Kyle. Ridere o mugugnare non serviva a granché, perciò io non dissi nulla. Tanto sapevo che a fine mese l'accredito in banca sarebbe stato lo stesso, che il lavoro lo portassimo a termine o no.


Essere pagato per non lavorare, per starmene a guardare le albe e i tramonti delle zone industriali di questa terra. Era una situazione strana, ma finché durava per me andava bene. Mi chiedevo soltanto quanto a lungo ancora sarebbe durata.


Una scimmia in paradiso

Il sole era un disco color sangue e ammaccato che saliva a oriente, inondando tutto di luce rossa. Sulla striscia aranciata dell'orizzonte, si scorgevano le scie bianche dei velivoli ad alta quota, e il bagliore metallico di quelli in fase di atterraggio o decollo. Osservavo tutto questo cercando di imprimermelo bene in mente, ma sapevo che di lì a poche ore le impressioni avrebbero lasciato spazio a una pallida eco.


La missione era stata annullata, ancora una volta. La squadra era arrivata puntuale (a dir la verità qualche minuto in anticipo), aveva installato l'equipaggiamento, poi ci eravamo messi ad aspettare. Dentro di me mi dicevo che questa volta ci avrebbero lasciato portare a termine il lavoro, ma dopo poco era arrivata la chiamata dalla base: reimpacchettate tutto e tornate indietro. Sentii i grugniti di disappunto di Vance e la risatina nervosa di Kyle. Ridere o mugugnare non serviva a granché, perciò io non dissi nulla. Tanto sapevo che a fine mese l'accredito in banca sarebbe stato lo stesso, che il lavoro lo portassimo a termine o no.


Essere pagato per non lavorare, per starmene a guardare le albe e i tramonti delle zone industriali di questa terra. Era una situazione strana, ma finché durava per me andava bene. Mi chiedevo soltanto quanto a lungo ancora sarebbe durata.


martedì 1 febbraio 2005

R-Machinery

La macchina della propaganda è sempre all'opera, ed è inutile chiedersi chi sia il grande fratello che la fa girare. Partendo dallo spunto di un post di Blumfeld sulla retorica di certe trasmissioni, mi sono chiesto come agisca la propaganda e di quali armi si avvalga al giorno d'oggi questa ottava o nona arte figlia di Goebbels, non intendendo fare una disamina storica o sociologica del fenomeno (intento troppo elevato per i miei scarsi mezzi). Mi interessa vedere piuttosto come questa sottile (a volte non troppo) costrizione viene percepita dal fantomatico "uomo della strada" (cioé in definitiva dal sottoscritto).


Il mezzo più potente di propaganda dei nostri tempi è la pubblicità, e la pubblicità fa quasi sempre ricorso alla retorica. Chiarisco subito qual'è il significato dell'aggettivo "retorico" per me: l'uso di un argomento su cui la maggioranza si trova d'accordo (ad esempio i valori della famiglia, della patria, dell'amicizia, dell'amore e quant'altro) inflazionandolo e piegandolo ai propri soggettivi interessi. Curiosamente, si potrebbe pensare che più si va avanti, più il pubblico a cui questo tipo di informazione viene rivolto diventi smaliziato e in grado di distinguere la verità dal falso. Così non è. Anzi, più la cultura si massifica, più il ricorso a un linguaggio retorico diviene efficace.


Esempio ne sono alcuni spot veramente fastidiosi apparsi recentemente in televisione: nel primo, girato dal regista Spike Lee, la figura di Gandhi (figura universalmente amata e quindi perfetta per un uso "retorico") viene impiegata per pubblicizzare una compagnia telefonica. In questo caso, l'equazione è semplice: Gandhi è un personaggio amato, portatore di ideali universali di pace, e il suo utilizzo attirerà l'attenzione di un vasto numero di persone, ma soprattutto, per effetto osmotico, conferirà alla compagnia telefonica un'aura di saggezza e bontà. In un secondo spot, una brutta canzone pseudolirica sottolinea in modo insopportabilmente enfatico immagini di vita quotidiana collegate ad altre di eventi importanti della storia italiana, al termine si sente la voce di Martellini che grida: "campioni del mondo!". Alla fine si scopre che tutto questo afflato di buoni sentimenti serve a reclamizzare una banca. Non c'è bisogno di commentare, credo...


Il nostro capo del governo, provenendo da questa scuola, non esita a usare questo genere di messaggi nei suoi discorsi e più in generale nel suo programma politico. Nulla di nuovo (diciamo che questo tipo di propaganda, anzi, la pubblicità l'ha mutuata dalla politica), tuttavia i cambiamenti rispetto alla propaganda retorica del secolo scorso sono evidenti: mentre un tempo si promettevano lacrime e sangue, pane e moschetto, cannoni e non burro, oggi i nostri politici promettono nastrine del Mulino Bianco, cellulari con tecnologia UMTS e le veline di Striscia. I loro lacché, giornalisti e imbonitori televisivi, sono rimasti gli unici a usare la retorica vecchio stile, come giustamente Blumfeld lamenta. Che si aggiornino anche loro, dunque, e che la nostra vita diventi definitivamente un'orgia di Madri Terese di Calcutta, pubblicità dei telefonini con belle fighe e mostri sbattuti in prima pagina. Questo la gente vuole!

R-Machinery

La macchina della propaganda è sempre all'opera, ed è inutile chiedersi chi sia il grande fratello che la fa girare. Partendo dallo spunto di un post di Blumfeld sulla retorica di certe trasmissioni, mi sono chiesto come agisca la propaganda e di quali armi si avvalga al giorno d'oggi questa ottava o nona arte figlia di Goebbels, non intendendo fare una disamina storica o sociologica del fenomeno (intento troppo elevato per i miei scarsi mezzi). Mi interessa vedere piuttosto come questa sottile (a volte non troppo) costrizione viene percepita dal fantomatico "uomo della strada" (cioé in definitiva dal sottoscritto).


Il mezzo più potente di propaganda dei nostri tempi è la pubblicità, e la pubblicità fa quasi sempre ricorso alla retorica. Chiarisco subito qual'è il significato dell'aggettivo "retorico" per me: l'uso di un argomento su cui la maggioranza si trova d'accordo (ad esempio i valori della famiglia, della patria, dell'amicizia, dell'amore e quant'altro) inflazionandolo e piegandolo ai propri soggettivi interessi. Curiosamente, si potrebbe pensare che più si va avanti, più il pubblico a cui questo tipo di informazione viene rivolto diventi smaliziato e in grado di distinguere la verità dal falso. Così non è. Anzi, più la cultura si massifica, più il ricorso a un linguaggio retorico diviene efficace.


Esempio ne sono alcuni spot veramente fastidiosi apparsi recentemente in televisione: nel primo, girato dal regista Spike Lee, la figura di Gandhi (figura universalmente amata e quindi perfetta per un uso "retorico") viene impiegata per pubblicizzare una compagnia telefonica. In questo caso, l'equazione è semplice: Gandhi è un personaggio amato, portatore di ideali universali di pace, e il suo utilizzo attirerà l'attenzione di un vasto numero di persone, ma soprattutto, per effetto osmotico, conferirà alla compagnia telefonica un'aura di saggezza e bontà. In un secondo spot, una brutta canzone pseudolirica sottolinea in modo insopportabilmente enfatico immagini di vita quotidiana collegate ad altre di eventi importanti della storia italiana, al termine si sente la voce di Martellini che grida: "campioni del mondo!". Alla fine si scopre che tutto questo afflato di buoni sentimenti serve a reclamizzare una banca. Non c'è bisogno di commentare, credo...


Il nostro capo del governo, provenendo da questa scuola, non esita a usare questo genere di messaggi nei suoi discorsi e più in generale nel suo programma politico. Nulla di nuovo (diciamo che questo tipo di propaganda, anzi, la pubblicità l'ha mutuata dalla politica), tuttavia i cambiamenti rispetto alla propaganda retorica del secolo scorso sono evidenti: mentre un tempo si promettevano lacrime e sangue, pane e moschetto, cannoni e non burro, oggi i nostri politici promettono nastrine del Mulino Bianco, cellulari con tecnologia UMTS e le veline di Striscia. I loro lacché, giornalisti e imbonitori televisivi, sono rimasti gli unici a usare la retorica vecchio stile, come giustamente Blumfeld lamenta. Che si aggiornino anche loro, dunque, e che la nostra vita diventi definitivamente un'orgia di Madri Terese di Calcutta, pubblicità dei telefonini con belle fighe e mostri sbattuti in prima pagina. Questo la gente vuole!

R-Machinery

La macchina della propaganda è sempre all'opera, ed è inutile chiedersi chi sia il grande fratello che la fa girare. Partendo dallo spunto di un post di Blumfeld sulla retorica di certe trasmissioni, mi sono chiesto come agisca la propaganda e di quali armi si avvalga al giorno d'oggi questa ottava o nona arte figlia di Goebbels, non intendendo fare una disamina storica o sociologica del fenomeno (intento troppo elevato per i miei scarsi mezzi). Mi interessa vedere piuttosto come questa sottile (a volte non troppo) costrizione viene percepita dal fantomatico "uomo della strada" (cioé in definitiva dal sottoscritto).


Il mezzo più potente di propaganda dei nostri tempi è la pubblicità, e la pubblicità fa quasi sempre ricorso alla retorica. Chiarisco subito qual'è il significato dell'aggettivo "retorico" per me: l'uso di un argomento su cui la maggioranza si trova d'accordo (ad esempio i valori della famiglia, della patria, dell'amicizia, dell'amore e quant'altro) inflazionandolo e piegandolo ai propri soggettivi interessi. Curiosamente, si potrebbe pensare che più si va avanti, più il pubblico a cui questo tipo di informazione viene rivolto diventi smaliziato e in grado di distinguere la verità dal falso. Così non è. Anzi, più la cultura si massifica, più il ricorso a un linguaggio retorico diviene efficace.


Esempio ne sono alcuni spot veramente fastidiosi apparsi recentemente in televisione: nel primo, girato dal regista Spike Lee, la figura di Gandhi (figura universalmente amata e quindi perfetta per un uso "retorico") viene impiegata per pubblicizzare una compagnia telefonica. In questo caso, l'equazione è semplice: Gandhi è un personaggio amato, portatore di ideali universali di pace, e il suo utilizzo attirerà l'attenzione di un vasto numero di persone, ma soprattutto, per effetto osmotico, conferirà alla compagnia telefonica un'aura di saggezza e bontà. In un secondo spot, una brutta canzone pseudolirica sottolinea in modo insopportabilmente enfatico immagini di vita quotidiana collegate ad altre di eventi importanti della storia italiana, al termine si sente la voce di Martellini che grida: "campioni del mondo!". Alla fine si scopre che tutto questo afflato di buoni sentimenti serve a reclamizzare una banca. Non c'è bisogno di commentare, credo...


Il nostro capo del governo, provenendo da questa scuola, non esita a usare questo genere di messaggi nei suoi discorsi e più in generale nel suo programma politico. Nulla di nuovo (diciamo che questo tipo di propaganda, anzi, la pubblicità l'ha mutuata dalla politica), tuttavia i cambiamenti rispetto alla propaganda retorica del secolo scorso sono evidenti: mentre un tempo si promettevano lacrime e sangue, pane e moschetto, cannoni e non burro, oggi i nostri politici promettono nastrine del Mulino Bianco, cellulari con tecnologia UMTS e le veline di Striscia. I loro lacché, giornalisti e imbonitori televisivi, sono rimasti gli unici a usare la retorica vecchio stile, come giustamente Blumfeld lamenta. Che si aggiornino anche loro, dunque, e che la nostra vita diventi definitivamente un'orgia di Madri Terese di Calcutta, pubblicità dei telefonini con belle fighe e mostri sbattuti in prima pagina. Questo la gente vuole!

venerdì 28 gennaio 2005

Train views

 


Rifacendomi alle tipologie di narratori identificate da Leskov, io sono sicuramente un "contadino" o sedentario. Uno che ha fatto un solo viaggio in tutta la sua vita, e continuerà sempre a parlarne. Quando devo spostarmi, mi piace ricrearmi uno spazio che chiamo "casa". Apro il libro, accendo il lettore MP3, e guardo il panorama scorrere dal finestrino come in un video dei Chemical Brothers. Il fascino dei viaggi, per me, sta nel restare fermo.