lunedì 4 aprile 2005

Dove sono stato questo week end

Se qualcuno si è chiesto dove sono stato in questi giorni, la risposta è qui. Se qualcuno si è chiesto cosa ho fatto, la risposta è: ho visto questo.



Questo è uno dei più violenti e critici film che io abbia mai visto sul modo in cui gli adulti possono strumentalizzare, corrompere, sporcare e infine distruggere una delle età più belle della nostra vita. E' una metafora potentissima della lotta generazionale sempre più tesa e drammatica che colpisce la società giapponese, ma anche quella occidentale. E' un film che sembra ggiovane come tanti film orientali horror e violenti che vanno di moda adesso, ma che in realtà è stato girato da un regista storico del cinema giapponese, Kinji Fukasaku, autore nel corso di 40 anni di più di 60 film, tra cui il celeberrimo "Tora, Tora, Tora", e di cui "Battle Royale" rappresenta un vero e proprio testamento, visto che è morto subito dopo la fine delle riprese. E un film che commuove ma soprattutto sconvolge perché non ci sono "buoni" e "cattivi", ma solo vittime. E quelle vittime, temo, sono lo specchio di ciò che tutti noi, prima o poi, siamo stati.

giovedì 31 marzo 2005

Inverno


Guardo le fotografie. Qualcuna è a colori, qualcun’altra in bianco e nero. Ci sono immagini di persone che non conosco neppure, e altre di persone che ho conosciuto tanto tempo fa.


Guardo le fotografie. Qualcuna è recente, qualcuna è ingiallita dal tempo. C’è mia madre a otto anni, con una gonnellina bianca pieghettata e le trecce, c’è il mio gatto che è morto schiacciato da una macchina, che mi guarda con un’espressione seria e ispirata, come un divo del cinema.


Guardo le fotografie. Qualcuna mi fa ridere, qualcun’altra mi fa piangere. Ci sono persone e cose morte, ci sono profumi e suoni.


Guardo le fotografie. Di me al mare a dieci anni. Di una ragazza che ride. Di un’altra che piange. Di una volta che dovevo finire il rullino e non sapevo cosa fotografare. Di un palazzo. Di un prato. Di un manifesto rosso con un punto interrogativo bianco. Di Anna. Di una rete di recinzione che sembra tenere imprigionate le nuvole. Di un cane. Di un ragazzo e due ragazze appoggiati con le spalle a un muro, che sorridono. Di un aereo che lascia una scia bianca in un cielo blu. Di un sacchettino pieno di pastiglie colorate. Di un primo piano di un paio di anfibi. Di un volto sfocato. Di una finestra coi vetri rotti. Di una tipa che mi piaceva. Di una scrivania piena di libri, dischi, fotografie, biglie di vetro. Di una mano. Di un parcheggio pieno d’auto sovrastato da nubi nere. Di una bambina. Di niente.

mercoledì 30 marzo 2005

Dream academy

Il titolo originale di questo libro (tradotto in Italia con il titolo evocativo, per chi ha vissuto certo rock degli anni '80 che adesso si chiamerebbe forse indie, de "L'accademia dei sogni") suona in realtà "Pattern recognition", molto più asciutto e appropriato. Dovendo molto a William Gibson, autore che ha letteralmente forgiato la mia visione del presente e il mio rapporto con la tecnologia, mi pare doveroso e al tempo stesso molto difficile parlare di questo libro...


Cayce Pollard è l'esatto contrario di una trend setter. Dotata di un'allergia psicosomatica nei confronti di marchi, brand e logo, Cayce è richiestissima dalle agenzie pubblicitarie dell'emisfero occidentale come cartina di tornasole in grado di rivelare immediatamente le firme più promettenti o al contrario quelle sicuramente destinate al fallimento.


Partendo da questo pretesto, nella prima parte del libro Gibson ci presenta un'accurata, seppur molto romanzata, ricorstruzione dell'attuale mondo del marketing e delle agenzie creative ad altissimi livelli. Lo stile di Gibson, riconoscibilissimo ed efficace, è da qualche anno diventato più adatto all'analisi sociologica che alla fiction, e infatti nella seconda parte del romanzo vengono fuori tutte le debolezze delle opere gibsoniane dai tempi della trilogia del cyberspazio: personaggi poco approfonditi e puramente utilitari al compimento della trama, storie troppo convenzionali, a volte addirittura banali, sebbene calate in un'atmosfera esotica e futuristicamente plausibile. Il libro sconta poi il fatto di essere stato scritto immediatamente dopo l'11/9/01, e quindi si abbandona a sparate patriottiche inusuali per Gibson, solitamente piuttosto critico nei confronti di certi fenomeni di massa a stelle e striscie.


A differenza di Brett Easton Ellis, che scatta polaroid di una passato prossimo, Gibson descrive l'America del presente in divenire, ed è molto efficace quando si limita a questo. Purtroppo, sempre a differenza di Ellis, Gibson rivela tutte le sue carenze quando si inoltra nella narrazione pura, rivelandosi spesso un semplice emulo di Chandler con sessant'anni di ritardo. Una grande delusione, se si pensa che Gibson ha scritto uno dei più bei racconti brevi della storia della SF (e forse non solo di quella), quel "Frammenti di una rosa olografata" contenuto all'interno della raccolta "La notte che bruciammo Chrome".

venerdì 25 marzo 2005

Postcards for the dead


Il 22 marzo, alla veneranda età di 91 anni, ci ha lasciati Kenzo Tange, l'architetto giapponese che ha progettato, tra gli altri, il Monumento della Pace di Hiroshima.


La sua importanza è stata non solo quella di far conoscere il lavoro e lo stile dell'architettura giapponese in tutto il mondo, ma anche l'aver raccolto l'eredità dei maestri dell'accademia Bauhaus, quali Walter Gropius, Jose Luis Sert e ovviamente Le Corbusier.


All'inizio della sua carriera, Tange cercò di coniugare l'architettura classica giapponese con le forme più moderne della Bauhaus, anche se in seguito abbandonò le istanze tradizionaliste e regionaliste in favore di forme sempre più internazionali e astratte.


Negli anni '60, divenuto sempre meno architetto e sempre più urbanista, teorizzò la costruzione di città onnicomprensive piene di megastrutture che combinate avrebbero dovuto fungere sia come centri multiservizi sia come nodi di comunicazione. Per queste idee funzionaliste fu anche associato al movimento Metabolista, a cui in realtà non aderì mai.


Dagli anni '70 in poi la sua fama lo portò a lavorare anche all'estero, dove realizzò, tra le altre opere, il progetto di ristrutturazione e riorganizzazione della Place d'Italie a Parigi.


Per ulteriori informazioni sull'accademia Bauhaus, leggere qui.

Marchette




Sono fregato... Avevo promesso un post apologetico a Desaparecida se avesse cancellato un certo commento compromettente che avevo lasciato sul suo blog, ma ora minaccia addirittura di fare lei un post sul mio imbarazzante commento... Quindi scusatemi, ma devo parlare benissimo del suo blog.


Imperfectly.splinder.com è un sito molto bello. Le opinioni di Desaparecida mi vedono concorde in tutto e per tutto. Il sottotitolo del suo blog è "non so usare html, questo è un blog di merda, per chi non lo avesse capito" ma si arguisce subito che queste parole sono dettate da un'ammirabile modestia, unita a un'arguzia fuori dal comune.


il piacere che provo leggendo i suoi post è eguagliato soltanto da quello dei divertentissimi commenti lasciati dai simpatici ospiti di Desaparecida. Ma vediamo come ella stessa si descrive in una pagina del suo diario telematico:


01- Nome: OMISSIS 02- Nickname: OMISSIS google di merda 03- Se potessi cambiare nome quale sceglieresti? alice 04- Che significato ha il tuo nome? bho 05- Età:22 06- Data di nascita: 15/05 07- Residenza: PT 08- Descriviti fisicamente: alta 1,70 mora, copelli corti, lisci, scuri, occhi neri, corporarura normale. 09- Descriviti caratterialmente: Volubile, inconcludente, disfattista, disordinata, riservata, insicura, paranoica e instabile, inaffidabile, buona, empatica, riflessiva, ironica, sensibile, vulnerabile, infantile, viziosa, egocentrica. 10- Come sei vestito/ ora? Felpa rossa, jeans (potete leggere il seguito qui)


Cosa dire? Il ritratto di una ragazza di questi tempi, moderna e spigliata, pratica ma sognatrice, forte ma con i suoi lati fragili, una giovane donna che non conosciamo ma che tutti vorremmo come amica.


P.S. Ora posso riavere indietro quei negativi? E poi giuro che non ero io nelle foto, e quella non era la moglie del sindaco.

giovedì 24 marzo 2005

Intervallo

Nel post precedente c'erano troppo commenti, e inoltre non si riusciva più a sentire la musichetta. In attesa che Desaparecida ottemperi alle mie richieste affinché io possa scrivere un post apologetico sul suo blog, inserisco alcune parole a caso, riscontrando la loro intrinseca capacità di suscitare accesi dibattiti.


ragazza pon pon  zelig  pompe

Primavera

La ragazza scese dal sessantatre e si guardò intorno. Doveva essere alta sul metro e settanta, centimetro più, centimetro meno. Indossava un paio di jeans elasticizzati neri, una camicetta leggera dello stesso colore e un paio di scarpette coi tacchi, nere a pois bianchi. Aveva capelli lunghi e biondi, probabilmente naturali, non tinti. Sia i fianchi che i seni erano piuttosto, uh, ben delineati, se capite quello che intendo dire... Dalla mia posizione, non potevo vedere chiaramente se il viso fosse altrettanto bello che il corpo, ma i suoi lineamenti mi sembrarono abbastanza banali, nulla di speciale.


Restò a lungo in piedi sulla banchina, come se stesse aspettando qualcuno. Ogni tanto guardava l’orologio. Erano le nove e mezzo del mattino di una limpida giornata primaverile, e da quelle parti non c’era molto traffico. Lì, in collina, il caldo era arrivato prima che in città, mi sembrava quasi di essere in gita. Pensavo a come sarebbe stato bello alzarsi, attraversare la strada, e chiedere qualcosa, qualsiasi cosa, a quella ragazza. Verso le dieci, arrivò una macchina, la ragazza salì, e ben presto la persi dietro a una curva.


Rimasi per il resto della giornata su quella panchina, a guardare i sessantatre, i sessantasette e i tre passare, con la gente che saliva e scendeva, alzandomi solo un paio di volte per andare in un bar a prendere qualcosa da mangiare e usare il cesso. Quando arrivò la sera, il freddo si fece più intenso e alla fine decisi di andarmene. Mentre mi alzavo, pensai che la cosa più bella che mi era capitata in tutta la giornata era stata quella ragazza con i capelli biondi, vestita di nero.


Ovviamente, non la rividi mai più.